«HEROES TO ZEROS - Beta Band» la recensione di Rockol

Beta Band - HEROES TO ZEROS - la recensione

Recensione del 01 giu 2004 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Esplosa con la raccolta dei suoi primi tre Ep (“The three EP’s” appunto) la Beta Band, nel 1999, venne annunciata come il futuro del pop britannico. Gli ingredienti c’erano tutti: folk, pop, psichedelia, elettronica fino ad arrivare ad alcuni accenni di hip hop. Una miscela che, nonostante il caos compositivo degli inizi, dava spesso dei risultati brillanti ed inaspettati. Un debutto talmente sorprendente da meritarsi una citazione nella versione cinematografica di “Alta fedeltà” di Nick Hornby diretta da Stephen Frears.
A distanza di un anno la formazione di Edinburgo pubblicò il suo album di debutto, “The Beta Band”. I quattro ragazzi, pur mantenendo lo stesso stile compositivo dei primi lavori, definirono quell’album un “merda”. Due anni dopo arrivò “Hot shots II”: un album in cui i quattro lasciavano da parte le radici folk per soluzioni che privilegiavano l’elettronica.
Oggi, maggio 2004, ci arriva questo “Heroes to zeroes”, ennesimo sforzo della Beta Band di trovare un proprio, definito, metodo compositivo. Il loro quarto disco segna il ritorno alle chitarre, con qualche capatina nel rock più duro. Come nell’introduttiva “Assesment”, dove un riff lontanamente (ma neanche tanto) imparentato con l’attacco di “I will follow” degli U2 ci riporta una band meno algida e più ruspante. In particolare la Beta Band sembra aver ritrovato quel suono caldo del loro canto corale che li ha da sempre contraddistinti, forse grazie anche alle doti dell’ormai onnipresente Nigel Goldrich, qua alla consolle del missagio.
“Heroes to zeros” propone una band che torna a scoprire la sua abilità nel comporre brani che partono in maniera semplice per poi evolversi, esplodere e poi ricomporsi. Un metodo caro ai quattro scozzesi che fin dagli inizi amavano proporre improvvisazioni bislacche costruite su versi di canarini, tastiere, loop e quant’altro.
Un chiaro esempio di questa “forma-canzone” è “Lion thief”: basterebbe il primo minuto per incorniciare una brillante ballad folk, ma la Beta Band si inventa una sospensione fatta di poche note di pianoforte per poi ricominciare dall’inizio, introdurre la batteria, accennare una voce psichedelica e delle tastierone, e poi concludere con la scomposizione della parte iniziale.
I quattro non si accontentano, fanno viaggiare la mente e scompigliano ciò che gli sembra troppo normale.
Altri punti cardine di “Heroes to zeroes” sono l’allegra e veloce “Easy”, l’energica e canina (in quanto introdotta da dei cani che abbaiano) “Out-side”, l’eterea “Space beatle”, la strumentale “Rhododendron” e la conclusiva “Pure for”.
Non tutto quello proposto in “Heroes to zeros” però convince. Alcuni brani non paiono all’altezza della pubblicazione su disco e, spesso, le idee proposte appaiono confuse. Gli stessi Beta Band paiono ancora indecisi su quale sia il modo migliore per imbrigliare la loro creatività.
Nonostante il tempo passato pare evidente che la prova migliore i quattro di Edinburgo l’abbiano data quando non avevano niente da dimostrare, e, dopo una partenza da “Heroes”, stiano ancora lavorando per non rimanere degli anonimi “Zeroes”.

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