«MEGLIO UNA CANZONE - Dark Quarterer» la recensione di Rockol

Dark Quarterer - MEGLIO UNA CANZONE - la recensione

Recensione del 27 nov 2003

La recensione

Se a collaborare alla realizzazione di "Meglio una canzone" di Mariano Apicella non fosse stato Silvio Berlusconi non staremmo qui a scriverne. Per cui, senza preamboli, soddisfiamo prima la curiosità dei molti che si interrogano sulle doti artistiche del nostro Presidente del Consiglio. Se la domanda principale è: “Silvio Berlusconi è un bravo paroliere?”, la risposta è no. No perché i testi, tutti da lui firmati (cinque insieme a Rino Giglio) sono “banalotti” ed estremamente sdolcinati. Di quelli in cui amore fa sempre rima con cuore e in cui il "se tu non ci fossi" è puntualmente seguito dal "ti inventerei". Insomma di quelli che non corrono il rischio di non farsi capire, che arrivano diretti, senza possibilità di interpretazioni alternative, senza profondità nascoste, come una ordinaria filastrocca.
E non stiamo parlando della linearità alla Luigi Tenco ("La solita strada, bianca come il sale, il grano da crescere, i campi da arare. Guardare ogni giorno se piove o c'e' il sole, per saper se domani si vive o si muore" - da "Ciao amore ciao"), per intenderci. Stiamo parlando di uno stile molto meno originale e più noioso ("Senza te, senza te, il giorno è vuoto e la notte è triste, senza te, senza te, il tempo è noia e il mondo non esiste" - da "Senza te"). Le quattordici canzoni sono scritte alcune in italiano e altre in dialetto napoletano. E, neanche a dirlo, l'amore è l'unico tema. Per essere più chiari, aggiungiamo che tra questi brani si respira a tratti la stessa semplicità che regnava tra i canzonieri napoletani degli anni '50/'60 - quando Peppino Gagliardi cantava "T'amo e t'amerò" e Peppino Di Capri "Nun è peccato" - ma senza conservarne però la stessa eleganza.
Dato che una canzone non è fatta di solo testo e visto che l'esigenza primaria di capire se il nostro Presidente del Consiglio possa avere un futuro discografico è stata appagata, passiamo alla musica e all'interpretazione di Mariano Apicella. Grazie a questi due elementi, fortunatamente, il gradimento dell'intero album si alza. Beninteso, musica e interpretazione non raccontano nulla di nuovo e non tradiscono la scelta di semplicità. Colpiscono, però, gli arrangiamenti ai quali ha lavorato uno stuolo di professionisti: da Adriano Pennino a Renato Serio passando per Danilo Minotti e per altri ancora. E, proprio per la cura compositiva e dei suoni, consigliamo di ascoltare la ritmata "Meglio 'na canzone", la delicata "Colpa mia" e specialmente le raffinate "Ammore senza ammore" e "Io sarò con te". E poi Apicella ha una bella voce: per questo motivo il disco si salva e siamo certi che piacerà anche agli italiani all'estero, che ritroveranno in "Meglio una canzone" suoni e atmosfere lasciate nel loro paese molti anni fa.
(Paola De Simone)

Provo a intervenire sommessamente sulla “questione Apicella”, senza nessuna intenzione di contraddire il parere della collaboratrice di Rockol che firma questa recensione, ma solo per esprimere un parere forse meno disinformato di tanti altri.
Per due anni, nel recente passato, mi sono occupato direttamente (e con appassionata curiosità) del mondo della musica popolare da ballo, della nuova melodia italiana, della canzone popolare che vive (e prospera) in un circuito del tutto alternativo a quello che abitualmente frequentano i giornalisti musicali. E’ un circuito orgogliosamente “diverso”, che ha i propri canali di comunicazione (radio specializzate e seguitissime come Radio Zeta di Bergamo o Radio Millenote di Desenzano sul Garda), le proprie chiese (i grandi e sempre affollatissimi locali da ballo del nord Italia), i propri eroi: nomi sconosciuti all’esterno, come Titti Bianchi e Al Rangone, che muovono centinaia di pullman di persone che si spostano fra un locale e l’altro per seguire ogni esibizione del proprio beniamino.
Il disco di Mariano Apicella sarebbe, idealmente, destinato proprio a questo circuito – e a quello della canzone neomelodica napoletana, che pur con caratteristiche socioeconomiche del tutto diverse condivide con l’altro l’orgoglio dell’estraneità ai canali ufficiali (e la dignità, condita di un certo qual sentimento di superiorità, di non cercare spazi nei network televisivi).
Il disco di Mariano Apicella sconta però un peccato originale, un eccesso di zelo e un pacchiano errore di marketing.
Il peccato originale si chiama, ovviamente, Silvio Berlusconi. E’ chiaro che l’ingombrante presenza del premier ha arrecato ad Apicella – in questa fase successiva all’uscita del disco – più danni che vantaggi: se è vero che Apicella ha potuto fare il disco “grazie” a Silvio Berlusconi, e che tanta attenzione altrimenti non l’avrebbe ricevuta, è altrettanto vero che è conseguentemente penalizzato dal pregiudizio di quanti sono ideologicamente ostili a Berlusconi. Apicella ne è serenamente consapevole (lo so per averne parlato con lui), e accetta sportivamente il buono e il cattivo della situazione.
L’eccesso di zelo sta nell’essersi rivolti, per la realizzazione del disco, a professionisti di qualità innegabilmente superiore alla media, e appartenenti al circuito “altro”, quello della discografia ufficiale. Sicché le canzoni e la voce di Apicella sembrano fin troppo ben vestite, fin troppo ben curate, fin troppo bene eseguite e suonate e arrangiate. Ovvio che questo faccia contento Apicella, altrettanto ovvio che questo a tratti lo faccia sentire un po’ a disagio, come uno che venga improvvisamente invitato a cena da Gualtiero Marchesi essendo solitamente abituato a cenare in trattoria; altresì ovvio che i raffinati professionisti (musicisti e arrangiatori) di cui sopra non riescano ad esprimere pienamente la vena “popolaresca” delle canzoni sulle quali hanno lavorato, vena che richiederebbe una maggiore “volgarità” – uso la parola nella derivazione latina, da “vulgus”, popolo – e una minore eleganza per essere del tutto spiegata e percepita.
L’errore di marketing sta nell’aver promosso e pubblicizzato il disco seguendo le formule abituali della propaganda discografica: il solito showcase nel solito locale di lusso, le solite interviste, i soliti meccanismi abituali che la discografia segue col pilota automatico senza sforzarsi di inventare idee nuove e formule meno logorate. Se qualcuno avesse avuto voglia di chiedermelo, avrei suggerito modalità completamente differenti: modalità che non sto a raccontare qui, perché mi sono stufato di regalare idee gratis. Magari un’altra volta a qualcuno verrà in mente di chiamarmi, eh?
A proposito, e chiudo, della recensione qui sopra e di tante altre che ho letto in questi giorni su questo disco, essa contiene una valutazione del tutto legittima ma del tutto questionabile. E’ quella che riguarda la qualità dei testi, che viene (ovviamente, ma inopportunamente) misurata col metro dei testi della canzone italiana mainstream o d’autore. Sbagliato: bisogna misurarla, per coerenza d’appartenenza, con il metro dei testi della canzone popolare, della canzone da ballo, della canzone neomelodica. E in quell’ambito e in quel contesto, i testi delle canzoni di Apicella sono perfettamente inseriti e assolutamente dignitosi. Se poi qualcuno degli illustri recensori italiani andasse a leggersi, ammesso che capisca l’inglese, i testi di certi elogiatissimi cantanti e cantautori britannici e americani – per non dire dei grandi del country&western americano – si renderebbe conto che di differenze, in fondo, non ce ne sono poi così tante. Anzi.
(fz)

TRACKLIST

01. Col cuore in gola
02. Meglio 'na canzone
03. Colpa mia
04. Ma come fai
05. Ammore senza ammore
06. Nuie ca facimme sunnà
07. Io sarò con te
08. 'A gelusia
09. Pe' nun te penzà
10. Senza te
11. Nun po' fernì
12. Questo falso addio
13. 'Stu nummero 'e telefono
14. Io non ti sveglierò
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