«BODYSONG - Jonny Greenwood» la recensione di Rockol

Jonny Greenwood - BODYSONG - la recensione

Recensione del 26 nov 2003 a cura di Giuseppe Fabris

La recensione

Il rapporto tra la musica dei Radiohead e il cinema è sempre stato molto stretto. Non bastassero le innumerevoli apparizioni di brani della band di Oxford in film come “Clueless”, “Romeo +Juliet” di Baz Luhrmann, “Memento” e “Vanilla sky”, la stessa musica dei Radiohead, con le sue atmosfere e la sua epicità, potrebbe essere un’ideale colonna sonora per differenti sceneggiature.
A conferma di questa idea si può notare che le uniche due uscite solistiche di componenti della band si siano concretizzate in altrettante colonne sonore. Ed O’Brien è stato l’autore delle musiche di un film-TV della BBC tratto da un libro di Robert McLiam Wilson (“Eureka steet”). Adesso tocca all’altro chitarrista, Jonny Greenwood, impegnarsi nella composizione dei brani che accompagnano le immagini del film-documentario del regista britannico Simon Pummell.
“Bodysong”, questo il titolo del film, è un lungo collage di immagini e riprese prodotte negli ultimi cento anni, riassemblate con lo scopo di raccontare la storia del corpo umano dalla nascita, sino alla sua morte.
In quest’ottica di bricolage di cose diverse al fine di dare vita ad un’unica opera si è mosso anche Jonny Greenwood, il quale ha scritto tredici composizioni assemblando diversi stili e suoni. Così nei brani contenuti in “Bodysong”, troviamo una continua contaminazione tra strumenti acustici come piano, fiati e archi ed elettrici come sintetizzatori, drum-machine e Les Ondes Martenot (strumento creato nel 1928 in Francia spesso usato da Greenwood nella registrazione degli ultimi album dei Radiohead. Per maggiori informazioni visitate il sito www.obsolete.com/120_years/machines/martenot/).
Una combinazione che si ripete spesso in brani come l’ouverture “Moon trills”, “Trench” o la finale “Tehellet”. Greenwood non segue l’iter della classica colonna sonora: per esempio non inserisce temi ricorrenti. Le sue sono invenzioni del momento: sprazzi musicali dai toni più disparati che coinvolgono la musica classica, l’elettronica e il jazz. Brani d’atmosfera (“Iron swallow”) che si contrappongono a suite di percussioni (“Convergence”) o a momenti più rilassati e psichedelici.
Le musiche di “Bodysong” coinvolgono e stupiscono, ma dopo un lungo ascolto la sensazione che prevale è quella che i brani non riescano a sopravvivere a lungo senza la visione congiunta con le immagini per cui sono stati creati. Una mancanza che viene minimamente attenuata dai (troppo) brevi stralci del film contenuti nella traccia rom del disco.
Seppur il vasto spettro di suoni presentato nel disco sia lo stesso usato nei dischi di Radiohead, in “Bodysong” Greenwood espande il proprio immaginario musicale dimostrando ancora una volta di essere una pedina fondamentale nel percorso artistico del gruppo di Oxford. Lo vorremmo vedere separato ancora una volta per la definitiva prova della forma canzone.

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