«SOTTO IL SEGNO DEI PESCI - Antonello Venditti» la recensione di Rockol

Antonello Venditti - SOTTO IL SEGNO DEI PESCI - la recensione

Recensione del 28 lug 2018

La recensione

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

 

È il 1978: sei anni sono passati dal Folkstudio e “Theorius Campus”, signore aquilone e signore che bruciano, sore Rosa e Roma capoccia, e le strade di Antonello Venditti e Francesco De Gregori si sono divise, a posteriori possiamo dire per sempre, se si esclude qualche cortesia per gli ospiti. Entrambi reduci dalle loro brave contestazioni (prima del ’78, come sanno anche i bambini, c’è stato il ’77), Anto è un cantautore di successo nazional-popolare che deve ritrovarsi, Fra un cantautore meno popolare dal crescente successo.
Le strade si sono divise, dicevamo, ma non solo: come succede nelle migliori famiglie, Anto e Fra sono andati oltre, coinvolgendo il pubblico nelle loro - si può dire? - piccole miserie. Così, un po’ come John Lennon con Paul McCartney (“How do you sleep?”, ricordate?, con Lennon che dà a Macca del dormiglione), in “Rimmel” Fra aveva attaccato con parole e musica l’amico e compagno di un tempo, accusato in “Piano bar” di essere un “uomo di poca malinconia” che “nella punta delle dita” ha “poco jazz” e “vende a tutti quel che fa”, insomma, “solo un pianista di piano bar” che suonerà e canterà “fin che lo vuoi sentire”; in “Quattro cani” è invece il bastardo “che conosce la fame e la tranquillità”.

 


Ebbene, Anto approfitta di “Sotto il segno dei pesci”, il primo album inciso per la nuova casa discografica (lasciata la Rca, dopo due anni di silenzio è approdato alla Polygram), per rispondere a Fra. E dove Fra, l’abbiamo appena visto, non aveva badato a spese, in “Francesco” - s’intitola proprio così - Anto ricuce con delicatezza: “scusa Francesco/proviamo ancora/e con le ali spezziamo il filo”, “suoniamo ancora l’ultima volta/senza rimpianti, senza paura/come due amici antichi”. È il Venditti anche musicalmente intimista, meno di successo e però molto più rispettabile. E di “Francesco”, curiosamente l’unico brano dell’album non arrangiato da Antonello, ritroveremo qualche eco ne “La donna cannone” (“due aquiloni strappati che non volano più”, Anto; “E senza fame senza sete e senza ali senza rete voleremo via”, Fra) e qualche nota ne “La leva calcistica della classe '68” (ma in questo caso De Gregori si sarebbe soprattutto ispirato, o per dirla tutta avrebbe brutalmente saccheggiato “The greatest discovery”, un brano del 1969 di Elton John, artista che peraltro lo stesso Antonello non ha mai fatto mistero di avere preso in qualche modo a modello).
Ma non ci sono soltanto “Francesco” e Francesco in “Sotto il segno dei pesci”: ci sono canzoni meritatamente ma anche immeritatamente famose come la title track e “Bomba non bomba” (e chissà perché Sasso Marconi e Roncobilaccio fanno venire in mente il “Grande raccordo anulare”?); le cugine di “Lilly”, “Sara” e “Giulia”; c’è l’ancora attuale “Il telegiornale” (“così spettacolare” e “così obbiettivamente imparziale”, “tra una smentita e l’altra e un sorriso ministeriale”: visto che alla fine nulla è cambiato?). Nel filone sommesso, nota di merito per la delicata “Chen il cinese” (non sarà mica la Sars quel “muto assassino”?), mentre in chiusura arriva la pretenziosa “L’uomo falco”.
Il tutto è ben prodotto da Michelangelo Romano, ben copertinato da Mario Convertino, ben cantato da Antonello e ben suonato da musicisti poco conosciuti come i chitarristi Renato Bartolini, Rodolfo Lamorgese, Claudio Prosperini, Andrea Carpi e Pablo Romero, il bassista Marco Vannozzi e il sassofonista Marco Valentini, guest star il violinista Carlo Siliotto e il batterista Marcello Vento (insieme nel Canzoniere del Lazio), ma soprattutto il tastierista dei Goblin Claudio Simonetti. Alla fine del ’78, “Sotto il segno dei pesci” risulterà il terzo album più venduto dell’anno, e “scusa Francesco/se ti ho rubato/rubini puri dalle tue tasche”.

 

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