«RINGO RAMA - Ringo Starr» la recensione di Rockol

Ringo Starr - RINGO RAMA - la recensione

Recensione del 06 mag 2003 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Pressoché unanimemente considerato il Beatle meno dotato (ma parlate con qualsiasi batterista, e sentirete solo elogi per la sua tecnica semplice ma efficace e per il suo impeccabile senso del tempo), Ringo Starr è anche, dei quattro Fabs, quello la cui carriera discografica da solista ha fornito gli esiti meno significativi. Qualche successo a 45 giri nei primi anni, qualche album decoroso (di solito si cita “Ringo”, l’album del 1973, come il suo lavoro migliore; personalmente continuo a ritenere pregevoli i due dischi del 1970, “Sentimental journey” e “Beaucoup of blues” - che infatti sono i due soli che ho ricomprato in Cd), lunghi silenzi improduttivi e, negli ultimi anni, una serie di lavoretti realizzati per accompagnare una o l’altra tournée di una delle diverse formazioni della All Starr Band (una specie di raduno scolastico itinerante, con la divertita partecipazione di qualche vecchia ma ancora pimpante gloria del rock degli anni Sessanta e Settanta).
Si tratta di dischi gradevoli - perché i buoni rapporti d’amicizia di Ringo con i colleghi del music business gli hanno sempre permesso di ottenere la collaborazione di musicisti di eccellente livello - ma (quasi sempre) piuttosto confusi; perché Ringo non ha certamente la statura del leader, il che gli impedisce di caratterizzare con la propria personalità gli album dei quali è nominalmente il protagonista.
Non diverso è questo “Ringo Rama”: 14 canzoni ben realizzate, ben prodotte, ben suonate, che si muovono nell’ambito di un AOR (adult oriented rock) di mestiere, di sapore più statunitense che britannico, a dispetto delle origini liverpooliane di Richard Starkey. Sono tutte firmate “in cooperativa” da Ringo con i musicisti che lo hanno accompagnato in studio (Mark Hudson, Steve Dudas, Dean Grakal, Gary Burr): “Abbiamo scritto e registrato tutti i brani come una band” spiega Ringo, che si è riservato le parti vocali da solista, oltre a (ovviamente) suonare la batteria e occasionalmente altri strumenti (nella bonus track “I really love her” si concede il lusso di suonarli tutti lui - batteria, basso, chitarra acustica ed elettrica, slide guitar - e si sente...).
E anche in “Ringo Rama” non mancano gli special guest di fama: da WIllie Nelson (seconda voce solista nella breve e pleonastica “Write one for me”) a David Gilmour (chitarra solista in “Missouri loves company” - uno degli episodi migliori del disco con il suo andamento gradevolmente country - e nell’allegrotta “I think therefore I rock’n’roll”), dal contrabbassista jazz Charlie Haden (nella tenera, e molto sixties, ma fragile “Imagine me there”, e nella complessa e confusa “Instant amnesia”) a Shawn Colvin (che partecipa vocalmente a “Trippin’ on my own tears”, la cui somiglianza con “Girls talk” di Dave Edmunds - scritta da Elvis Costello - è francamente imbarazzante). Non manca, né poteva mancare, il vecchio amico Eric Clapton: che fornisce assoli a “Imagine me there” e al brano-simbolo dell’album, la tenera e nostalgica “Never without you”. Che è, inevitabilmente, un tributo a George Harrison: con un testo semplice e sincero, quasi didascalico (cita fra l’altro i titoli harrisoniani “All things must pass” e “Within you without you”) e un andamento malinconico e dondolante.
E’ senza infamia e senza lode “Love first, ask questions later” (la cui linea melodica è ricalcata sugli stilemi del country); risulta inutilmente rumorosa “Eye to eye”; suona vivace e allegramente honky-tonk “Memphis in your mind”; si colgono echi anni Quaranta/Cinquanta in “What love wants to be”, la cui atmosfera raccolta è inspiegabilmente spezzata da un goffo crescendo. In quest’ultima suona la fisarmonica Van Dyke Parks, genio oscuro e incompreso della musica statunitense (ha collaborato con i Beach Boys, i Mothers of Inventions, Tim Buckley, Ry Cooder...), presente col suo strumento anche nei due brani più curiosi e bizzarri dell’album: “Elizabeth Reigns”, pastiche tipicamente british nei suoni e nel tema, sicuramente la più beatlesiana delle canzoni del disco (ci sono persino una tromba molto “Penny Lane” e una citazione esplicita di “God save the Queen”), e “English garden”, sorta di collage sonoro irresistibilmente “Sgt. Pepper’s...” nel cui testo Ringo canta l’incipit di “Let ‘em in” degli Wings (“Someone’s knocking at the door / someone’s ringing my bell”).
Alla luce di questi due episodi, oggi che Paul McCartney - imbolsito, tinto e sempre più incline all’autocelebrazione - sembra aver rinunciato al ruolo di continuatore dei Beatles, limitandosi a riproporne in pedissequa fotocopia il repertorio passato, non sembra illogico che sia proprio il Beatle più sottovalutato, Ringo Starr, ad assumersi il compito di testimone e continuatore del quartetto: certo, il rischio della parodia (involontaria) è sempre incombente - e “Elizabeth reigns” potrebbe uscire da un album dei Rutles - ma almeno Ringo ha le carte in regola, storicamente e geneticamente parlando, per impugnare il testimone dei Quattro. Che poi non abbia una gran voce, in fondo importa relativamente: la sua poca voce è comunque un marchio di fabbrica, con la sua immediata riconoscibilità, e un album scritto da Neil Innes dei Rutles, prodotto da Jeff Lynne e cantato da Ringo Starr sarebbe quanto di più vicino ai Beatles potrebbero augurarsi fans, nostalgici e cultori. Che, per il momento, potranno accontentarsi di “Ringo Rama”: non un capolavoro, intendiamoci, ma un disco onesto e gradevole, con i suoi alti e bassi - perfetto per un ascolto nella tarda mattinata di qualche domenica primaverile.
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