«THROWING MUSES - Throwing Muses» la recensione di Rockol

Throwing Muses - THROWING MUSES - la recensione

Recensione del 14 mar 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Due facce della stessa medaglia: questo sono l’eponimo disco dei riformati Throwing Muses e l’album di Kristin Hersh, che della band di Boston è sempre stata l’anima e la leader. A ben vedere, “Throwing Muses” e “The grotto” -che escono in contemporanea - hanno come unica protagonista proprio la Hersh, che esprime due lati complementari della propria personalità musicale: quello più elettrico e spigoloso e quello più acustico, sofferto ed intimista.
Andiamo con ordine. Erano sei anni che non si sentiva parlare dei Throwing Muses, se si eccettua una raccolta di B-side e rarità uscita qualche tempo fa. Nel 1997 “Limbo” sembrava avere posto la parola fine alla carriera di una delle band storiche dell’indie-rock statunitense. La band, nata per mano della Hersh e di Tanya Donnelly (ma quest’ultima se ne andò nei primi anni ’90, per poi formare i Belly), incise una manciata di dischi per la storica etichetta 4AD, la stessa dei Cocteau Twins ma anche dei Pixies, la stessa che pubblica questa nuova prova. Nel 1994 Kristin Hersh pubblicò il suo primo disco solista, “Hips & makers” (che conteneva uno stupendo duetto con Michael Stipe dei R.E.M.), e da lì in poi l’enfasi venne posta su questo percorso, piuttosto che su quello della band. Nel 2000 la Hersh si è ritrova con David Narcizo e Bernard George per un concerto che sembrava un caso estemporaneo, ma da quell’evento i tre hanno iniziato a suonare assieme, ed è nato questo stupendo nuovo disco, registrato nel corso di tre weekend (perché ora Narcizo e George hanno lavori "regolari"); in una canzone, ai cori, compare pure la Donnelly, a chiudere il cerchio. Il suono è elettrico, spigoloso, irregolare, come sempre nell’estetica della band. Nelle canzoni dei Throwing Muses i cambi di tempi e di prospettiva si succedono frequentemente anche nel corso di una stessa canzone, ed è questo che li ha resi unici, così come altre band dell’area di Boston (i Pixies su tutti). “Throwing muses” suona come un disco di indie-rock della fine degli anni ’80, era pre-grunge: questo è contemporaneamente un pregio (grande) ed un difetto (trascurabile). Perché la Hersh sa scrivere canzoni e sa arrangiarle come si deve, con suoni taglienti. Bentornati.
Discorso diverso per “The grotto”, sesto album della Hersh, che estremizza il suono scarno delle sue prove soliste. Inciso praticamente soltanto per chitarra e voce, con pochi inserti di violino e piano (suonato da Howe Gelb dei Giant Sand), “The grotto” è l’opposto di “Throwing muses” nei suoni, ma non nell’ispirazione e nella matrice. Le canzoni sono evidentemente più semplici, meno irregolari di quelle dei Throwing Muses, ma conservano un lato oscuro e inquietante che paradossalmente viene fuori meglio con questi suoni scarnificati.
In sostanza, se dovessimo consigliarvi un disco, e uno soltanto, la scelta cadrebbe su “Throwing Muses”, la cui forza espressiva è maggiore, non fosse altro perché i Throwing Muses mancavano dalle scene da diversi anni. Anche il disco di Kristin Hersh, pur soffrendo del confronto con gli altri album solisti, è comunque notevole, e va ascoltato in fila al suo compagno come logica prosecuzione di un percorso comunque unitario.

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