FAR FINTA DI ESSERE SANI

Warner Music (CD)

di Ivano Rebustini

Durante l’estate, riscopriamo album classici della musica italiana, con recensioni dall’archivio di Rockol. 

 

Senza nulla togliere all’impressionante e definitivo, impressionante forse anche perché definitivo, “Io non mi sento italiano”, il testamento artistico, politico e anche umano di Giorgio Gaber è soprattutto negli undici doppi cd che lui stesso ha voluto e completato poco prima di lasciarci, e che coprono trent’anni del suo “teatro canzone”, come lo aveva battezzato.

 


Dal 1970 de “Il signor G” al 2000 di “Un’idiozia conquistata a fatica” possiamo così ripercorrere la sua (e nostra) storia senza perdere quasi neanche un fotogramma.. “Dialogo tra un impegnato e un non so”, “Anche per oggi non si vola”, “Libertà obbligatoria”, “Polli d’allevamento”, “Anni affollati” (nuovo titolo per “Il teatro di Giorgio Gaber”), “Il teatro canzone”, “E pensare che c’era il pensiero” sono proposti nelle versioni originali; “Il signor G/I borghesi” comprende nel primo cd la versione live dello spettacolo “della svolta” e nel secondo l’omonimo album. Proseguendo, “Io se fossi Gaber” è stato invece stravolto: “Il tempo quanto tempo” ha preso il posto de “Il dilemma”, “Una donna” quello de “La pistola”, “Oh Madonnina dei dolori” ha sostituito “Le elezioni”, compaiono due rifacimenti di “Io e le cose” e “Benvenuto il luogo dove” e al termine del secondo cd troviamo alcune bonus tracks in studio - “Ipotesi per una Maria”, “Non è più il momento”, “Attimi”, “Ritratto dello zio” - oltre alla versione dal vivo de “La strana famiglia”. Per quanto riguarda infine “Un’idiozia conquistata a fatica”, documenta il repertorio - mai edito in precedenza - che va dal 1997 al 2000. I dettagli completi e la scaletta degli 11 doppi CD saranno inclusi in una prossima presentazione dell'intera collana che verrà pubblicata sempre in questo spazio.
Un discorso a parte merita questo “Far finta di essere sani”: mentre il doppio ellepi conteneva ventuno canzoni registrate in studio, alla Fonorama di Milano, tra il 12 e il 20 settembre 1973, i due cd propongono una inedita versione live (rimasterizzata da Gianfranco Aiolfi), registrata al Teatro Tenda Quartiere del capoluogo lombardo nel corso della stagione teatrale 1973-’74. Rispetto all’edizione su vinile, nella nuova mancano tre brani: “E tu mi vieni a dire”, con riferimenti diretti a Mariano Rumor e al Movimento sociale italiano, “Il bloccato” e “Il guarito” (curiosamente somigliante a “Lo zuccone d’oro” di Duilo Del Prete, anche se entrambi devono essersi liberamente - diciamo così - ispirati a Jacques Brel), ma compaiono i monologhi senza i quali gli spettacoli di Gaber risulterebbero, risultano fatalmente monchi.
E diciamolo, anche se è cosa risaputa e questa potrebbe sembrare una sede poco adatta: il signor Gaberscik (è il suo vero, poco artistico cognome) era un attore strepitoso, un one man company che sul palco, a detta del grandissimo e misconosciuto Otello Sarzi, “il burattinaio di Pinocchio” secondo Dario Fo, dispiegava un talento naturale per certi versi superiore a quello dello stesso premio Nobel. Oltre all’ibrido “Il narciso”, un po’ parlato, un po’ cantato, sono dodici - compresa l’”Introduzione” e il “Finale” - i monologhi che si alternano alle canzoni di questo cd, secondo la formula che ha fatto il successo di ogni spettacolo del Grande Milanese scomparso il primo gennaio 2003 a quasi 64 anni (li avrebbe compiuti il 25 del mese, l’uscita de “Io mi sento italiano” il 24 - scadenza rispettata - era un regalo di compleanno speciale per un uomo forse stanco, sicuramente malato, eppure mai domo).
Ascoltate questi monologhi, ascoltate queste canzoni (ce ne sono di celebri e celebratissime, dalla title track a “Cerco un gesto naturale”, da “Lo shampoo” a “Un’idea”, da “Chiedo scusa se parlo di Maria” a “La libertà”): fanno tutti e tutte parte di un album concept che abbraccia l’intera carriera di Gaber, dedicato - nell’immane, inconcludente ricerca dell’Uomo con la U maiuscola, una vera rarità, una specie (se mai è esistita) in via di estinzione - agli uomini “normali”, agli uomini piccoli, agli ominicchi che siamo tutti noi, senza distinzione di razza e di sesso. Un’umanità in mezzo alla quale Gaber si è mosso talvolta con discrezione, spesso con il tumultuoso approccio dell’elefante alla cristalleria, ben sapendo che alla fine - buttati i cocci, naturalmente nella campana del vetro - tutto rischia di restare come prima. Le sue speranze (ancora ne aveva) si sono bruscamente spezzate all’ultimo verso dell’ultima canzone dell’ultimo disco, “Se ci fosse un uomo”: “Con la certezza che in un futuro non lontano/al centro della vita ci sia di nuovo l’uomo”.
Un futuro che non potrà vedere. Tra i monologhi di “Far finta di essere sani” ce n’è uno, “La dentiera”, nel quale il signor G (insieme al sodale di sempre, il 73enne pittore viareggino Sandro Luporini) si chiede “come deve morire uno per essere giusto... giusto, nel suo personaggio?”. E fa qualche esempio: Francesca Bertini “attaccata alle tende, con la tosse, tisica”, Albertazzi “tutto bianco, anziano, a Chianciano”, Federico Fellini con “il fuoco di Sant’Antonio, tutto pieno di pus, di foruncoli”. Più avanti, Gaber si lamenta del fatto che “la gente riesce a fregarti anche nel modo di morire” e ammette: “Non ho mica le idee chiare sulla morte”. Le idee, purtroppo, gli si devono essere almeno un po’ chiarite. Quanto al “fregarti”, lo stesso possiamo dire di lui. Anche se una cosa ci consola: Gaber è morto “giusto”. Nella sua casa, con la sua famiglia, accarezzato sulla fronte dal beneficio del dubbio.

 

TRACKLIST
Primo tempo
“Introduzione” (prosa)
“Far finta di essere sani”
“La natura” (prosa)
“Cerco un gesto naturale”
“La famiglia” (prosa) ”
“La comune”
“Algebra” (prosa)
“Lo shampoo”
“Le palline” (prosa)
“Il dente della conoscenza”
"L'impotenza”
“È sabato”
“Il narciso” (prosa-canzone)
“La dentiera” (prosa)
“Dall'altra parte del cancello”
Secondo tempo
“La marcia dei colitici”
“Le caselle” (prosa)
“Un'emozione”
“Un'idea”
“Oh mama!” (prosa)
“L'elastico”
“Gli omini” (prosa)
“La presa del potere”
“Quello che perde i pezzi”
“E Giuseppe?” (prosa)
“Chiedo scusa se parlo di Maria”
“Il muro” (prosa)
“La libertà”
“La nave”
“Finale” (prosa)
“Al bar Casablanca” (bis)