«ARABESQUE - Jane Birkin» la recensione di Rockol

Jane Birkin - ARABESQUE - la recensione

Recensione del 25 gen 2003

La recensione

Ancora un omaggio all’ex marito mai dimenticato: Jane Birkin riparte da Serge (Gainsbourg) e ne reinterpreta il repertorio in chiave orientaleggiante. Matta? Forse, ma è il suo bello. Del resto dalla sensualità francese a quella araba il passo non è poi troppo lungo, e con l’arrangiamento giusto (qui c’è lo zampino di Djamel Benyelles, violinista, collaboratore di Cheb Mami, Khaled, e altri del giro) anche “La Javanese” o “Baby alone in Babylone” possono cambiare ambiente senza soffrire troppo. Certo se siete amanti della chanson francese “dura e pura” è meglio che questo disco non lo guardiate neanche; nonostante la maestria, l’esperienza, la sinuosità felina di Jane ci vuole un bel po’ di elasticità per apprezzarne le evoluzioni in “Arabesque”. Una cosa è certa, qui il repertorio di Gainsbourg cambia colore, spirito, corpo; diventa ancor più melanconico, drammatico, e allo stesso tempo più leggero e “danzante” rispetto all’originale. Particolarmente riusciti gli esperimenti con “Elisa” e “Comment te dire adieu”, ma il disco nel complesso è un lavoro interessante, atipico, del tutto fuori dalle logiche commerciali (cosa che, in un certo senso, automaticamente lo rende “rispettabile”). Jane Birkin, più dedita al cinema che alla musica, negli anni non ha (quasi) mai brillato come autonoma stella della canzone, e anche quest’album è il risultato di un lavoro d’equipe, in cui la divina si appoggia a capolavori non suoi. Ma da una sua dichiarazione sappiamo che le canzoni migliori di Gainsbourg, compresa l’erotica e immortale “Je t’aime… moi non plus”, vengono da Jane: dall’amore per lei, dal dolore per la separazione. Tutto sommato “Arabesque” è un modo più convincente di altri di fare incontrare il Nord e il Sud del mondo. E di far ricordare ai nostalgici che, se Serge era il re, Jane è - ancora - la regina.


(Paola Maraone)
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