«LIL' BEETHOVEN - Sparks» la recensione di Rockol

Sparks - LIL' BEETHOVEN - la recensione

Recensione del 24 gen 2003 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Nel 1973, trent’anni fa, a conoscere il nome degli Sparks eravamo davvero pochini, in Italia. Sicuramente lo conosceva Paolo Carù, il mio “pusher” di dischi d’importazione, che mi aveva rifilato i primi due dischi di un gruppo losangelino dal nome bizzarro; così bizzarro (“Halfnelson”) che prima ancora di far uscire il secondo album la band aveva già cambiato nome - in Sparks - ripubblicando anche il disco di debutto con il nuovo moniker. Il primo dei due Lp era stato prodotto da Todd Rundgren, ed era il suo nome che mi aveva indotto a spendere dei soldi sulla fiducia per una band del tutto ignota. E quelli erano due dischi strani, curiosamente affascinanti, evidentemente immaturi; tanto che dopo qualche ascolto non li avevo più rimessi sul piatto.
Nel 1974 il numero degli italiani ai quali il nome “Sparks” diceva qualcosa era leggermente aumentato: a Paolo Carù e a me si erano aggiunti Manuel Insolera, che allora scriveva su “Ciao 2001”, e il mio amico/sodale/collega Silvio Poli, col quale ci preparavamo a condurre in coppia (per 25 anni...) una trasmissione radiofonica sconclusionata quanto il suo titolo (“Musica obliqua”). Avrei scoperto più tardi che di questa conventicola di iniziati faceva già allora parte Enrico Ruggeri, oggi uno dei pochissimi - insieme a due colleghi giornalisti, Stefano Bianchi e Riccardo Barberi - coi quali possa ancora condividere opinioni e pareri e memorie sugli Sparks.
Nella biografia che potete leggere nell’archivio di Rockol troverete le informazioni essenziali sulla carriera della band, che arriva con questo “Lil’ Beethoven” al diciannovesimo album in carriera. Quello che non ci potrete trovare sarà il divertimento, l’eccitazione, l’entusiasmo e la continua sorpresa con la quale, nel corso di questi tre decenni, ho seguito l’attività dei fratelli Ron e Russell Mael; dei quali avevo perduto le tracce dal 1997 (anno in cui fortunosamente riuscii a mettere mano su un delizioso album di auto-tributo intitolato “Plagiarism”) ritrovandole solo pochi giorni fa quando Audioglobe ha avuto la cortesia di inviarmi il nuovo album degli Sparks (mi sono perso il precedente, “Balls”, ma conto di riuscire presto a tappare questo vergognoso buco nella mia discografia completa).
Dal cabaret-rock dei primi due dischi al puro pop-glam di “Kimono my house” e “Propaganda” (1974), ai momenti di transizione di “Indiscreet” (un curioso esempio di swing-rock elettrico datato 1975) e del deludente “Big Beat” (1976), alla “rivoluzione eurodisco” di “N° 1 in heaven” (1979) - un album realizzato con Giorgio Moroder che ha fornito due singoli da alta classifica con il brano eponimo e l’epica “Get in the swing” - ai momenti meno esaltanti degli anni Ottanta con dischi nei quali gli Sparks ritornarono un po’ stancamente al cabaret-rock satirico e ironico e al singolarissimo falsetto di Russell Mael come marchio distintivo del loro suono, alla riscoperta emozionante attraverso un album pieno di belle canzoni come “Gratuitous sax & senseless violins” (1994: indimenticabili “When do I get to sing ‘My way’”, “Frankly Scarlett, I don’t give a damn” e il capolavoro “The ghost of Liberace”, paragonabile per intensità e suggestione all’altro capolavoro di vent’anni prima, “Never turn your back on Mother Earth”): gli Sparks sono stati a lungo, e spesso sottotraccia, uno dei filoni sotterranei attraverso i quali si è sviluppata la mia ricerca di musiche intelligenti, originali, non banali.
Ma li ho sempre considerati - lo dico sinceramente - un mio vezzo, una mia piccola mania, quasi uno snobismo estetico; per questo motivo, fra l’altro, non ho inserito nessun loro album fra i “dischi fondamentali della storia del rock” che Rockol ha presentato nella scorsa stagione (così come non ho incluso in quell’elenco lavori dei Cockney Rebel, o dei Mott the Hoople, o della Pasadena Roof Orchestra, o di Gilbert O’Sullivan): perché ciò che è stato fondamentale per la “mia” formazione (o “informazione”, o “deformazione”, fate voi) musicale non è necessariamente altrettanto fondamentale in una prospettiva storico-critica più ampia e generale e oggettiva. Tuttavia, mi pareva logico far precedere la recensione di questo nuovo album degli Sparks da una spiegazione forse sovrabbondante, ma almeno utile a far capire, a tutti quelli che degli Sparks non hanno mai sentito parlare, il perché io ne parli qui, adesso, e in questo tono così rispettoso.
Ancora una volta, dunque, gli Sparks mi sorprendono. Fin dalla copertina del Cd: una copertina minimalista, quasi da Lucio Battisti periodo Pasquale Panella, tutta bianca con una semplice scritta in nero (Lil’ Beethoven - An Album By SPARKS) e, nell’angolo in basso a destra, il disegnino fumettoso di un bambino-direttore d’orchestra dalla capigliatura leonina e in scarpe da ginnastica – il bisbisnipote di Beethoven, spiegano i Mael in un’intervista). Sorprendente, considerando la fantasia immaginifica e cinematografica con la quale Ron e Russell Mael hanno sceneggiato buona parte delle loro precedenti copertine (“Kimono my house” e le due geishe giapponesi, “Propaganda” e il rapimento in motoscafo, “Indiscreet” e l’aliante precipitato, “Big beat” e il ritratto divistico in bianco e nero, “Introducing Sparks” e il ritratto pompier in camicia rossa, “N°1 in heaven” e la ragazza surgelata, “Terminal Jive” e il set biancoenero anni Quaranta, “Whomp that sucker” e il knockout sul ring, “Angst in my pants” con la “foto di nozze” e Ron vestito da sposa, “Sparks in outer space” e la torta spiaccicata sulla faccia di Ron, “Pulling rabbits out of a hat” e Russell-marionetta, “Music that you can dance to” e il ritratto da film noir, “Interior design” con la sua scena familiare da America anni Sessanta, la finta copertina di rivista scandalistica di “Gratuitous sax & senseless violins”, l’esilarante coppia di culturisti di “Plagiarism”...). Una copertina sorprendente e inquietante, perché mi fa pensare a qualcosa che non mi sarei aspettato da Ron e Russell. Il libretto del Cd, 28 pagine in “quasi” bianco e nero, si chiude sulla scritta “Entertainment in extremis”; propone alcune foto della coppia in posture da danza robotica, e i testi integrali delle canzoni.
Che però canzoni non sono. Difficile dire cosa siano, in effetti: forse “mini-operette” è la definizione che ci va meno lontana. Già “The rhythm thief” fa capire che aria tira: orchestrazioni elettroniche, ritornelli ripetuti e cori trattati per rendere le voci “lontane” e sintetiche, e un testo da fine-del-mondo: “Oh, no, dov’è andato il groove... luci spente su Ibiza, dite addio al ritmo, il ladro del ritmo l’ha portato via e non lo riavrete indietro più”. E sono cinque minuti sconvolgenti, Kraftwerk che manipolano Beethoven rimixati dai Chemical Brothers.
Stessa aria tira su “How do I get to Carnegie Hall”, anche se qui c’è un pianoforte isterico e ribattuto - tipo Philip Glass - che sottolinea frasi tipo “Come posso arrivare alla Carnegie Hall? Fai esercizio, amico, fai esercizio sullo Steinway”. E applausi ritmati, cori maschili di “Bravo! Bravo!”, e le voci di Ron e Russell che sembrano evocare il fantasma di Liberace.
“What are all these bands so angry about” sembra partire come un classico sparksiano, ma svolta subito in vocoderismi da livello della lancetta sul rosso fisso, mentre il testo sbertuccia le band che si lagnano per aver perduto il successo (“something’s has stolen our thunder”).
Inizia riflessiva e delicata “I married myself”, e mette in scena un teatrino alla Ionesco: violini e pianoforte, mentre la voce ricama un testo assurdamente amoroso (“Ho sposato me stesso, sono molto felice insieme a me... lunghe passeggiate sulla spiaggia, cene a lume di candela... stavolta durerà per sempre”) inframmezzato da coretti isterici in stile fra Beach Boys e Beatles (sembra di cogliere un’irridente citazione di “Girl”: “tit tit tit tit tit...”).
Lo schema di “Ride ‘em cowboy” è più tipicamente Sparks, con frasi di testo brevi e secche contrapposte come in una filastrocca; ma sotto, il “piccolo Beethoven” impazza mescolando suoni sintetici e campionamenti di violini - e il finale è cinicamente tacitiano: “from you’re for me to ça suffit, from bon vivant to sycophant, from open door to merde, alors...”.
“My baby’s taking me home” consiste essenzialmente nella ripetizione compulsiva della frase del titolo, in diverse vesti sonore e con differenti atmosfere emotive: siamo sempre nel delirio (“Nasce un arcobaleno / ma noi siamo daltonici / però possiamo sentire ciò che gli altri non sentono / possiamo sentire un coro che canta: my baby’s taking me home”); qui c’è una batteria - la suona Tammy Glover, che con il chitarrista Dean Menta (già Faith No More) è l’unico supporto strumentale ai due fratelli.
“Your call is very important to us - Please hold” sembra la descrizione di un impossibile amore: quello per la voce registrata di un centralino aziendale (e la suggestione Kraftwerk ritorna prepotente, benché sdrammatizzata dall’acida ironia delle voci dei fratelli).
Ed ecco i sette minuti epocali: si intitolano “Ugly boys with beautiful girls”, e consistono essenzialmente in un recitativo su base strumentale. Il testo è fluviale, quasi una conferenza sul tema illustrato dal titolo - perché le belle ragazze vanno con uomini brutti? - che viene sviscerato con esplicita franchezza: per i soldi (ma la parola non viene mai pronunciata). Indispensabile seguire l’evoluzione del brano leggendone il testo - per comprendere il quale è indispensabile una buona conoscenza dell’inglese (“Without intending to sound judgmental... my shortcomings were of an economic nature... I underestimated the appeal to her of things...”). Una percussione industriale sottolinea il “ritornello”, “It ain’t done with smoke and mirrors”, e il brano si chiude su una sognante coda strumentale.
Il disco finisce col brano più breve dei nove che lo compongono: “Suburban homeboy”, poco meno di tre minuti che mantengono la forma-canzone, e che sono quanto di più vicino agli Sparks “as-we-know-them” offra “Lil’ Beethoven”. Che è, se non sono ancora stato abbastanza esplicito, un lavoro stupefacente, innovativo, assolutamente anomalo: un oratorio elettronico in nove movimenti, qualcosa che vorremmo assimilare al miglior Battiato non-pop ma anche a certe “sinfonie disco” dell’epoca di Cerrone e Bohannon, qualcosa che sposta i confini dei generi musicali e ridefinisce il concetto stesso di musica pop-rock (fondendola in maniera inestricabile con la musica classico/lirica e con la musica sperimental-ripetitiva della seconda metà del Novecento, senza trascurare il vaudeville, la trance, l’elettronica, Wagner, Vivaldi...).
Detto così, fa quasi paura: ma se vi capitasse di ascoltarlo, vi assicuro che è - anche - un’esperienza divertente e per nulla noiosa (“entertainment in extremis”, ricordate?). E se ascoltandolo andaste a visitare non solo il sito ufficiale degli Sparks - www.AllSparks.com – ma soprattutto un informatissimo sito di fan (www.fanmael.net) l’esperienza sarebbe ancora più completa.

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