«READYMADES - Chumbawamba» la recensione di Rockol

Chumbawamba - READYMADES - la recensione

Recensione del 13 gen 2003

La recensione

Noi non siamo inglesi. Non sappiamo che cosa significhi, per scelta o per necessità, avere la strada per casa. Non comprendiamo cosa voglia dire vivere in un paese con una delle più durature monarchie al mondo, una storia che è politica e costume al tempo stesso, e che di certo non è mai stata anarchica. Non possiamo capire, perché della Gran Bretagna abbiamo in mente pochi e casuali elementi, il cambio della guardia a Buckingham Palace, l’olio colante della friggitrice del fish ‘n chips, le pinte di birra ancora mezze piene abbandonate per strada, il feroce campionato di calcio, i Beatles e magari anche i Rolling Stones. Difficile quindi sentire a fondo la necessità della perdurante esistenza di un collettivo anarchico, o per meglio dire di una famiglia, come i Chumbawamba. Eppure loro è da vent’anni che cantano di libertà e di uguaglianza, mischiando i magici ingredienti di tradizioni musicali e storie vere della quotidianità più buia. In Italia, per capire meglio, potremmo pensare a una via di mezzo tra i 99 Posse e Fabrizio De André. L’anarchico per eccellenza che nemmeno la morte riuscì a far tacere. I Chumbawamba non hanno la stessa intensità. Ma sono riusciti a parlare della situazione delle classi sociali più povere del Regno Unito (ma non soltanto) con la tenacia e la coerenza che spesso è mancata anche ai più grandi cantautori. Con la forza del punk. Con la delicatezza del folk più ruspante. “Readymades” è tutto questo. Ma, questa volta, è la voce femminile di Alice Nutter, a differenza dei precedenti lavori, a riempire quasi tutte le tracce. Ascoltare l’apertura “Salt fare, North sea”, dedicata allo sciopero dei marinai della Marina Britannica nel 1797, potrebbe far pensare a un immaginario remix di una canzone di Enya ad opera di Moby. Invece questi sono proprio i nuovi Chumbawamba: sintetizzatori vagamente new age, frasi parlate in sottofondo, cori lontani e sample di melodie rubate. Dimenticate dunque il punk-stomp di un tempo. E a volte, è proprio questo il problema: la formula del ruba, taglia e incolla, spesso non è delle più riuscite, scivolando in un risultato che, ma solo perché i Chumbawamba ci sono simpatici, potremmo definire kitsch. Cattivo gusto nelle scelte di stile che diventa sinonimo di fastidioso, anche se gli intenti sono sinceri. Questo accade, per esempio, nelle distorsioni techno-rock di “If it is to be, it is up to me”, storia della celebre rivolta del popolo inglese avvenuta nel 1381 e durata tre giorni, che culminò con la fuga, non proprio onorevole, del re, in barca, lungo il Tamigi. Ma questo è anche ciò che fa dei Chumbawamba un gruppo particolare e dignitoso, al di là delle mere scelte degli arrangiamenti, davvero discutibili: la fantasia nel ripescare aneddoti lontani, ma oggi così vicini, è strabiliante. Perché la storia, diceva qualcuno, continua a ripetersi, e gli uomini non sembrano poi così propensi a imparare dai vecchi errori. Peccato dunque che i testi dei tredici brani di “Readymades” non siano presenti nel libretto accluso al disco, fatto che rende la comprensione dei buoni propositi dei Chumbawamba assai difficile, almeno per noi italiani. E la musica non è sufficiente per percepire la consistenza e la tragicità dei racconti dei Chumbawamba, che riescono a riportare in vita episodi accaduti centinaia di anni fa, come la penuria della produzione di patate nell’Irlanda del 1845 di “After Shelley”, il cui testo è basato su un poema del grande Shelley, così come il ricordo di Harry Stanley, un comune cittadino scozzese ucciso dalla polizia per sbaglio il 22 settembre 1999, di “Without reason or rhyme (the killing of Harry Stanley)”. Tradizione culturale e politica, drammi raccontati con una colonna sonora fatta di beat techno, ritmi ragamuffin, chitarre acustiche e sample folk. Non è un caso quindi che i Chumbawamba abbiano usato come manifesto di “Readymades” una curiosa frase di un musicista come Louis Armstrong che, con le sue note, seppe combattere a modo suo ogni intolleranza: “Tutta la musica è folk, non ho mai sentito un cavallo cantare una canzone”.

(Valeria Rusconi)
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