«AMORE DEL TROPICO - Black Heart Procession» la recensione di Rockol

Black Heart Procession - AMORE DEL TROPICO - la recensione

Recensione del 11 gen 2003

La recensione

Le tenebre paurose dove processioni di uomini dai cuori neri camminavano indolenti sono ormai lontane, lontane oltre il Tropico. E ora il Tropico è la nuova dimora dei Black Heart Procession, una terra calda e languida dove morire d’amore sotto i raggi bollenti del sole, dove “abbandonare i nostri cuori” e provare “rimorso, rimorso ogni giorno”. Perché “Amore del Tropico” è come potrebbe rivedere le proprie murder ballads un Nick Cave più sobrio, ma sempre sopraffatto dai dolori quotidiani di una vita vissuta in California. Perché le ballate dei Black Heart Procession, sotto il cielo di San Diego, sono come costellazioni di piccoli lamenti che squarciano le antiche, nebbiose visioni contenute nel precedente “Three”, e illuminano le parole di chi ha amato e si è perduto, di chi ha desiderato e si è consumato. L’amore, al Tropico, non è diverso che in altri luoghi. Ci si avvicina, ci si allontana, ci si abbandona a pensieri malsani, come quello dell’elettrica “Did you ever wonder”, in cui la voce di Pall A. Jenkins, ritornato per un attimo a Paulo Zappoli, il nome immaginario che gli ricorda le sue origini italiane, spezza il silenzio con le grida “ti sei mai chiesta perché a volte ci curiamo delle cose, vedrai una luce sulla strada, diventeremo vecchi e grigi e ci muoveremo lentamente”. Ed è in questi attimi di riflessione che la musica dei Black Heart Procession si fa meno oscura che in passato. Si tinge di un giallo sbiadito, come il sole morente d’autunno, e unisce strumenti tradizionali e inconsueti come l’ormai celebre sega utilizzata da Pall, trascinando ogni traccia verso lidi luminosi, quelli della lounge (“Tropics of love”), latineggianti (“Why I stay” e “Fingerprints”) o vagamente progressive, come nelle suggestive “Sympathy crime” e “The visitor”, un brano cupo e tragico in cui riesci soltanto a “sanguinare e coprirti di vesciche sotto il sole, sanguinare per gli altri” in attesa che “tutti i visitatori se ne vadano”. Un disco triste dalle melodie sempre ricercate, eleganti, velate da efficaci arrangiamenti orchestrali, dall’organo e da strutture melodiche costruite al sintetizzatore. Un disco che parla delle tragedie che tutti ci portiamo dentro, di queste passioni difficili da domare e forse mai domate, di cuori feriti che mai potranno guarire. La consolazione e la rassegnazione, come succede spesso, arriva soltanto alla fine. I Black Heart Procession scavano nella tradizione del loro paese e ci regalano il country snervato della chiusura “The one disappeared”. Sembra di sentire echi lontani dei racconti di Leonard Cohen, ma in fondo poco importa. Siamo immobili, un po’ assenti: “Quando scrivo il mio nome non appare nessuna parola, e nel tuo cuore comparirò, e quando sarà il mio turno, me ne andrò. Io sono colui che non ha nome, non ha un nome, e sono quello che è scomparso, il modo in cui guardi attraverso me, io sono colui che è scomparso”.

(Valeria Rusconi)

TRACKLIST

01. The end of love
02. Tropics of love
03. Broken world
04. Why I stay
05. The invitation
06. Did you wonder
07. A sign on the road
08. Sympathy crime
09. The visitor
10. The waiter #4
11. A cry for love
12. Before the people
13. Only one way
14. Fingerprints
15. The one who disappeared
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