«RIOT ACT - Pearl Jam» la recensione di Rockol

Pearl Jam - RIOT ACT - la recensione

Recensione del 09 ott 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Anche l’altra faccia della coscienza rock americana alza la testa. Dall’11 settembre 2001 in poi, è stato un anno vissuto intensamente, anche per la musica. Un anno che ha visto tante reazioni di artisti. Tanti modi di reagire - alcuni molto scomposti- e di svegliarsi dal torpore politico che fino a 12 mesi fa investiva la musica a stelle e strisce. Fino ad ora il più lucido era stato quello di Bruce Springsteen, che con “The rising” aveva riletto la “nuova America”, mischiando pubblico e privato. Fino ad ora.
Perché tra circa un mese esce “Riot act” dei Pearl Jam. Che non è un disco sull’11 settembre né l’uscita estemporanea di qualcuno che era rimasto sempre zitto. E’ il lavoro di un gruppo che non ha mai fatto mistero delle proprie posizioni. Ma che mai come ora ha deciso di far sentire la sua voce in modo chiaro e diretto.
Perché i Pearl Jam sono davvero l’altra faccia della coscienza rock americana. Quella di chi è cresciuto senza mai credere al sogno americano, e per questo non perde tempo a criticarlo o smontarlo. Quella di chi è nato disilluso –la generazione X, si diceva una volta – ma che poi ha saputo trasformare la propria rabbia in voglia di cambiare le cose, evitando le pulsioni autodistruttive di alcuni noti compagni di viaggio. Insomma, i Pearl Jam sono il gruppo simbolo di una generazione, quella degli anni ’90. E con “Riot act” hanno deciso di ricordarci un po’ di cose, senza timori reverenziali.
“Riot act” è il settimo disco di studio dei Pearl Jam. Musicalmente, è un bel lavoro, anche se non può competere con alcune prove passate. Non ha la compattezza di “VS”, né l’intensità di “No code”, però è un album di una band che ha ancora voglia di mettersi in gioco. Nei quindici brani del disco, co-prodotto da Adam Kasper, emergono almeno tre temi, da questo punto di vista. La ricerca di una forma di canzone sintetica, senza però tradire la natura chitarristica del gruppo (tre canzoni arrivano ai 4 minuti e mezzo, la maggior parte è attorno ai 3); la voglia di ridefinire questi stilemi, spesso utilizzando le tastiere (una novità, visto che i PJ non hanno mai incorporato di fatto questo strumento nel proprio organico; a suonarle, nel disco è tal Boom, amico di Vedder) o suoni inconsueti (come la chitarra “effettata” di “You are”, uno dei brani più sperimentali del disco); e, infine, un cantato prevalentemente indirizzato verso tonalità “basse”, quasi mai urlate, che cerca l’intensità più che la forza.
Ma quello che colpisce di più sono le tematiche affrontate nei testi. I Pearl Jam (le cui canzoni non sono quasi mai frutto esclusivo della sola penna di Eddie Vedder, lo ricordiamo, ma appartengono alla collaborazione delle diverse mani del gruppo), hanno sempre affrontato il tema della ricerca dell’identità. In “Riot act” questo tema viene espanso, virato verso una coscienza sociale parte integrante dell’anima del gruppo, ma mai così esplicitamente presente. Dall’iniziale mid-tempo“Can’t keep” alla ballata finale “All or none”, i Pearl Jam cantano la libertà, l’autodeterminazione nel caos sociale odierno.
“Non aspetterò le vostre risposte, non potete trattenermi qua”, canta Vedder nella prima canzone. E già questi pensieri si fanno più precisi nel secondo brano del disco, “Save you” (un classico rocker l’unico brano davvero urlato di “Riot act”), in cui Vedder si sfoga: “Fottetemi se dico qualcosa che non volete sentire, fottetemi se sentite soltanto quello che volete sentire, fottetemi se mi importa”.
Con chi ce l’hanno Vedder e i PJ? Con la propaganda che negli ultimi tempi ha invaso l’America. Quella che recita che possiamo/dobbiamo rinunciare ai diritti civili in nome della guerra al terrorismo (il titolo è una risposta al “patriotic act” emesso al proposito dall’amministrazione Bush). Quella che sostiene che la guerra è un male necessario per la libertà (“Ecco la confessione egoista che riporta alla guerra. Possiamo evitarlo?”, da “All or none”). Quella che condiziona la gente attraverso i media: “La TV mi parla, mi dà notizie dell’ultim’ora e costruisce muri, ci vende quello che non serve”, si sente cantare in “Ghost” (altro brano rock, dominato dagli assoli di Mike McCready, uno dei protagonisti dell’album). Una delle parole più ricorrenti in “Riot act” è “Lie”, “bugia”. Da “Cropduster” (“Questo non è un libro che potete chiudere quando la grande bugia vi investirà”) a “Help help”, uno strano mid-tempo che ripete ossessivamente “Tell me lies”. E poi, nello stesso brano, insiste: “Ditemi quello che voglio sentire, questa merda è troppo buona per essere vera. Aiutatemi.” ed ancora: “L’uomo che chiamano il mio nemico, ho visto i suoi occhi. E’ uguale a me, uno specchio”.
Per non parlare di uno dei punti più intensi dell’album, “Bushleaguer”, di cui vi abbiamo già parlato nelle news. La canzone attacca con un bellissimo riff (che però poi si perde nel resto del disco). Vedder recita con voce calda parole di una durezza impressionante riferite al presidente Gorge W. Bush, alla sua cricca (il titolo può essere tradotto come “Seguace di Bush”) e alla sua politica.
A ben vedere, tutti questi temi sono riassunti da “I am mine”, il singolo che ha anticipato il disco: “so che sono nato, so che morirò. Tutto quello che c’è in mezzo è mio. Io sono mio”, canta Vedder. Questo “Riot act” è una sorta di “Manuale per vivere liberi”. La traduzione in musica di un libretto che i PJ hanno mandato qualche mese fa agli iscritti al fan club (intitolato appunto “Manual for free living”), contenente estratti da libri del politologo Noam Chomsky, della scrittrice Arundhati Roy, del politico Ralph Nader (il candidato indipendente spalleggiato da Vedder alle elezioni presidenziali del 2000).
Il bello dei Pearl Jam del 2002 è che sono arrabbiati, ma sanno tradurre questa rabbia in espressione artistica. Sono “solo” canzoni, dirà qualcuno. Ma che canzoni: da “Love boat captain” (una ballata in crescendo che è forse il capolavoro musicale del disco: ricorda i ragazzi morti a Roskildse –vedi news-, citando i Beatles di “All you need is love”) a quelle che vi abbiamo citato in precedenza, i PJ centrano il segno, coniugando piacevolezza dell’ascolto e idee forti.
“Riot act” è sicuramente superiore al precedente “Binaural”, del quale è decisamente più a fuoco, sia musicalmente che liricamente. Ed è un disco lucido, terribilmente lucido. L’altra faccia dell’America di oggi: quella che non vuole sentirsi raccontare palle, ed ha ancora il coraggio di dire quello che pensa.

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