«LET IT BE - Replacements» la recensione di Rockol

Replacements - LET IT BE - la recensione

Recensione del 19 ott 2002 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Negli anni ’80 Minneapolis era una delle città più attive del rock americano. No, non stiamo parlando di Prince, che di quella città rimane il figlio musicale più noto. Parliamo del rock chitarristico, del post-punk e dell’hardcore. Tre nomi, che chi è cresciuto musicalmente in quel periodo non può non conoscere: Husker Du, Soul Asylum e Replacements. Gli Husker Du di Bob Mould erano quelli più legati all'hard-core veloce e chitarristico. Il loro suono subì un’evoluzione netta, diventando meno estremo ma più maturo, fino al capolavoro doppio “Wharehouse songs and stories” (1988); dopo di che l’implosione, e le carriere soliste: solo quella di Bob Mould è andata avanti con continuità, fino ai giorni nostri. I Soul Asylum sono indubbiamente i più noti del terzetto, grazie al successo planetario di “Grave dancers’ union” e di “Runaway train” (1992); eppure anche loro arrivavano da musica ben più dura che le ballatone da rock FM.
Del mazzo, i Replacements sono stati forse i più sottovalutati. Oggi la Restless Records, con distribuzione Rykodisc, ristampa i primi, introvabili quattro dischi, ed è una buona occasione per rivalutare un gruppo che, con orrendo termine da “critica militante” si potrebbe definire “seminale”. Detto in modo più semplice: la band di Paul Westerberg ha influenzato le generazioni a venire di musicisti rock americani.
Del mazzo, vi raccomandiamo soprattutto “Let it be”, di cui parleremo nelle righe che seguono. Gli altri tre dischi “Sorry ma, forgot to take out the trash” (1981), “Stink (1982) e “Hootenanny” (1983) ve li abbiamo segnalati nell’area “in vetrina”.
Pubblicato nel 1984, “Let it be” è il climax del primo periodo della band. Si, se il titolo l’avete già sentito, non stupitevi. A Paul Westerberg questi giochini ammiccanti di parole (quelli che in inglese si definiscono “tongue in cheek”) sono sempre piaciuti. Sul primo album era presente una “Something to Du”. “Du” come “fare”, ma anche come “Husker Du”…
Dopo un trascorso punk alla Ramones, quello dei primi due capitoli, e una prima virata verso il rock più tradizionale, “Let it be” arriva ad un punto di equilibrio: tra rock alla Rolling Stones, rabbia punk, influenze roots. Ce n’è per tutti, in questo disco. Dalle atmosfere Byrdsiane di “Sixteen blue” al rock di “I will dare” (in cui suona Peter Buck dei R.E.M.; in sottofondo c’è un mandolino: non lo suona Buck ma – sarà un caso – ricorda parecchio “Losing my religion”), al punk di “Gary’s got a boner” (Ovvero “Gary ce l’ha duro”…). E poi due capolavori: “Seen your video”, in cui la band cita e gioca con il tema musicale dell’allora giovane MTV, sbeffeggiandola come faranno poi altri colleghi in seguito. E “Unsatisfied”, che è IL suono Replacements, con quella voce un po’ strascicata, ruvida e disarmante.
Dopo “Let it be” la band proseguirà proprio seguendo verso il suono di quest’ultimo brano. I quattro dischi successivi (“Tim”, 1985; “Pleased to meet me”, 1987; “Don’t tell a soul”, 1989 e “All shook down”, 1990), saranno uno più bello dell’altro. Guadagneranno in esperienza, ma perderanno la carica naive di “Let it be”. Paul Westerberg si dedicherà quindi ad una carriera solista con alti (la cura della colonna sonora di “Singles”, per esempio, vero monumento al “grunge”) e bassi, ma sempre rimanendo una figura di riferimento .

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