«UNTOUCHABLES - Korn» la recensione di Rockol

Korn - UNTOUCHABLES - la recensione

Recensione del 19 lug 2002

La recensione

I Korn tornano, dopo tre anni dall’ultimo disco “Issues”, con un lavoro che vira decisamente verso il metal. La notizia è fondamentalmente questa, e più di un fan della prima ora storcerà il naso ascoltando “Untouchables”.
Ripercorrendo la storia del gruppo californiano ci si accorge che, in realtà, qualche cambiamento tra un album e l’altro c’è sempre stato. Il primo “Korn” del ‘94 getta le basi di un vero e proprio fenomeno musicale come il nu-metal. “Life is peachy” si mantiene sulle stesse lunghezze, incupendone maggiormente le sonorità. Con il terzo disco “Follow the leader” la band inizia ad ampliare il suo seguito di fan, con brani che strizzano l’occhio all’hip-hop e richiamano alla mente i Faith No More. “Issues” rappresenta il connubio più riuscito, fino a quel momento, tra il tipico sound dei Korn e l’introduzione di alcune brevi parti elettroniche.
La prima impressione che si ha di “Untouchables” è che si tratti proprio di un CD che si allontana dal nu-metal per avvicinarsi a sonorità più melodiche. Basso e batteria, da sempre marchio di fabbrica del suono del gruppo, sono messi in secondo piano a favore delle chitarre che suonano molto più metal. Un’altra novità è rappresentata dalle parti cantate: Jonathan Davis abbandona il suo tipico modo di cantare, sincopato e nevrotico, a favore di strofe più “ordinarie”. Continua poi in misura maggiore la commistione con l’elettronica.
Alla band probabilmente pesa l'idea di rimanere incastrata nel genere nu-metal che lei stessa ha contribuito, in maniera determinante, a creare. Forse perché oggi il campo è popolato da troppi epigoni di maggiore o minore successo (Linkin' Park, Limp Bizkit, Papa Roach...).
L'album si apre con "Here to stay", destinato a diventare un altro classico della discografia dei Korn, come “Got the life”, “Falling away from me” e “Make me bad”. Brani come "Thoughtless" e soprattutto "Hollow life" sono un perfetto esempio del “nuovo corso” intrapreso dal gruppo, così come la finale "No one's there". Le strofe di “Hollow life” ricordano vagamente le canzoni dei Depeche Mode cantate da Martin Gore, con la voce di Davis in falsetto. “Thoughless” alterna parti aggressive ad un ritornello da “hit” rock, ed è uno dei brani più immediati dell’album insieme a “Hating”. Proprio in canzoni come "Hating" e "Alone I break" i Korn mostrano ulteriori novità rispetto ai lavori precedenti. Accantonato definitivamente l'hip-hop, che costruiva una matrice fondamentale della loro musica, è la volta di Davis di celebrare il suo amore per la new wave inglese (ricordiamo che era un fan dei Duran Duran).
Non mancano brani più "pesanti" come, "Embrace", Beat it upright” e "Wake up hate", che dimostrano come i cinque californiani possano essere ancora padroni assoluti del genere. Si tratta di un album con diverse novità, che alterna pochi brani “vecchio stile”, pesanti e “urlati”, a molti altri più melodici e cantati. Nonostante tutto si può dire che i Korn riescono a mantenere buona parte del proprio suono originario, senza tradire il proprio spirito, con buona pace dei puristi nu-metal, e con “Untouchables” potrebbero aver pubblicato l’album in grado di consegnare loro il successo presso un pubblico ancora più vasto.
Una curiosa nota a margine riguarda il titolo del disco: si può pensare che il titolo di “intoccabili” sia riferito al gruppo. In realtà l’idea del titolo è nata da alcune riflessioni sulla società indiana divisa in caste.

(Giancarlo Cantù)
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