«DREAMLAND - Robert Plant» la recensione di Rockol

Robert Plant - DREAMLAND - la recensione

Recensione del 17 lug 2002

La recensione

Un vecchio freak in debito d’ossigeno incapace di fare i conti con l’attualità? Una rockstar anacronistica che sguazza nel gran mare del revival perché ha esaurito da tempo le scorte di benzina creativa? Qualche critica del genere pioverà magari sulla criniera perennemente riccioluta di Robert Plant. Che però, dai tempi del “No quarter” inciso in compagnia di Jimmy Page (1994), ha dimostrato di aver scovato un elisir di giovinezza coniugando felicemente “classic rock”, psichedelia e ideali libertari anni ’60 con le nuove suggestioni sonore che provengono da Africa ed Asia (significativa la collaborazione dell’anno scorso con gli Afro Celt Sound System). L’approdo al “cover album”, per di più, era abbondantemente annunciato dopo il cammino a ritroso percorso dalle sue ultime formazioni, gli estemporanei Priory of Brion ora tramutatisi in Strange Sensation: variegata compagnia di cui fanno parte vecchie conoscenze del “giro” come l’ex Cure Porl Thompson (chitarra) e il genero del vocalist, Charlie Jones (basso), al fianco del chitarrista Justin Adams, del tastierista John Baggott e del batterista Clive Dreamer, il cui curriculum complessivo svaria da Tom Jones e Dr. John a Massive Attack e Portishead.
Plant, a cui la franchezza non ha mai fatto difetto, è il primo a riconoscere che il suo serbatoio è rimasto a lungo pericolosamente all’asciutto: problema non del tutto risolto, purtroppo, perché proprio le due nuove canzoni infilate nel disco (il pastiche psycho-funk-elettronico “Last time I saw her” e l’hard blues “Red dress”; una terza, “Dirt in a hole”, è inclusa solo nella versione inglese) sono gli episodi più balbettanti di una raccolta che altrove trova la sua ragion d’essere. Sarà anche un disco “passatista”, nelle premesse e nelle intenzioni, questo “Dreamland”, ma intanto Plant ha ragione quando rivendica l’originalità creativa delle sue libere reinterpretazioni (come altro chiamare lo stravolgimento concitato e luciferino di “Hey Joe”, in linea con la violenza latente del testo?). E poi c’è da dire che gli amori musicali del vocalist sono stati così a lungo e quotidianamente coltivati che pochi, nel mondo ingessato dei senatori del rock, possono permettersi di sfogliare il songbook dei tempi andati con altrettanta competenza e familiarità. L’enciclopedismo musicale del Nostro è talmente sterminato che il compito più improbo, per l’inossidabile ugola del rock britannico, deve essere stato di ridurre a otto le selezioni da presentare sul disco (molte altre, infatti, trovano spazio nei concerti, dove affiorano spesso reperti di Love, Jefferson Airplane, Donovan, Robert Johnson e molti altri). Tutti i punti cardinali della sua costellazione musicale, tuttavia, sono qui adeguatamente rappresentati. C’è il blues arcaico di Bukka White – “Funny in my mind (I believe I’m fixing to die)”, 1940 – stravolto e drogato di feedback come il Willie Dixon di “Whole lotta love” e la Memphis Minnie di “When the levee breaks” (non a caso, il pezzo era già affiorato ai tempi nel repertorio live degli Zeppelin), e c’è quello chicagoano di Arthur “Big Boy” Crudup e JB Lenoir: “Win my train fare home (If I ever get lucky)” ruota su un teso arpeggio chitarristico che, complici i piatti di Dreamer, i tocchi di piano elettrico e i rumori di sottofondo – pale di elicottero? – richiama alla mente i Doors di “The end” e della colonna sonora di “Apocalypse now”. C’è la pop-psichedelia dolce e californiana di Moby Grape e Youngbloods e il folk-rock d’autore anni ’60: dopo il Tim Hardin di “If I were a carpenter” (su “Fate of nations”) tocca stavolta a Bob Dylan, al Tim Rose di “Morning dew” (splendida la versione del classico antinucleare, adeguatamente narcotica e nebbiosa) e a Tim Buckley: qualcuno ha già storto il naso per l’impervio paragone con le vertigini vocali del cantautore-culto di Washington, ma la “Song to the siren” di Plant gioca felicemente il registro di un understatement ingentilito da ariose partiture orchestrali che preservano la fragile purezza e il lirismo onirico dell’originale. L’eredità Zep, che Plant lo voglia o no, si fa sentire eccome. I ghirigori spagnoleggianti e la chitarra moresca di “One more cup of coffee” (dal dylaniano “Desire”, 1976) ricordano il trattamento riservato alla folk song “Babe I’m gonna leave you” sul primo album del Dirigibile. L’organo e gli incipit di batteria di “Skip’s song” sembrano un’eredità di “Thank you” e la natura liquida della Sirena di Buckley non è molto dissimile da quella della “Rain song” di “Houses of the holy” (mentre del blues elettrico in stile Page di “Red dress” abbiamo già detto). Resta da aggiungere che molte interpretazioni sembrano già aprire la strada a chilometriche improvvisazioni live, e che la giovane e versatile band si fa a tratti prendere la mano dall’esuberanza, tanto che il meglio arriva spesso quando suoni e arrangiamenti vengono spremuti all’essenziale (“Darkness, darkness” degli Youngbloods, dove Plant fa uso eccellente del suo registro più basso e trattenuto). Confortante verificare l’assenza di pedissequa imitazione, in questo viaggio a ritroso nell’Eldorado musicale americano (niente Inghilterra: “che all’epoca della rivoluzione psichedelica degli anni ’60 – spiega Plant – dormiva”). Piuttosto: senso del rischio e di avventura musicale. Crosby, Stills, Nash and Young impazzano nelle arene statunitensi, gli ex Grateful Dead organizzano una attesissima rimpatriata estiva, Santana vive una seconda giovinezza e mr. Plant sprizza energia e benessere da ogni poro. Mica si è persa tutta per strada, la Woodstock generation.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Funny in my mind (I believe I’m fixing to die)
09. Hey Joe
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