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Recensioni / 05 lug 2019

Led Zeppelin - LED ZEPPELIN II - la recensione

Dischi leggendari: riscopri 'Led Zeppelin II' dei Led Zeppelin

Classici dell’estate: ogni giorno riscopri un disco leggendario, con le recensioni storiche di Rockol.​

LED ZEPPELIN II
Swan Song Inc. (Digital Media)

di Paolo Madeddu

1969. “Io sciolgo i Beatles”. “No, IO sciolgo i Beatles”. L’immaginazione al potere, la classe operaia in paradiso, l’eroina al posto dell’LSD. La Luna. Woodstock paceamoreemusica.
Questo, e naturalmente altro, era il 1969.
Per certi versi l’inizio di “Led Zeppelin II” (ottobre 1969) pare uno scrollone, una risposta a tutto questo. Tutto nei primi secondi: una risata (“Hah!…”), una chitarra distorta con un riff di stolida, brutale semplicità, e la minaccia smargiassa di un macho arrapato: “Sto per darti ogni centimetro del mio amore”. Era un modo di ristabilire le priorità esistenziali per i ventenni loro coetanei: altro che sitar e porte della percezione.


Del resto, “II” nacque guardando in faccia il pubblico. Nel gennaio 1969 era uscito il disco di debutto, miscellanea di blues, psichedelia, brani acustici ispirati dai Pentangle e organi da cattedrale. Durante il tour promozionale in Usa era entrato nella top ten, e senza un singolo che lo trainasse: Page odiava i singoli, e stabilì che il suo gruppo mai ne avrebbe pubblicati. (“Ma senza singoli, le radio non ti passano”, scuote il facciotto lampadato il discografico milanese medio… “Hah!…!”: dopo trent’anni, i Led Zeppelin sono tuttora il gruppo più trasmesso dalle FM americane).

Il secondo disco fu invece assai meno eclettico. Se i LZ sono considerati la mamma dei gruppi hard-rock (“e nonostante il 90% dei loro brani sia acustico!”, fece notare Eddie Van Halen), le credenziali di “martello degli dèi” furono loro assegnate di fronte a questi nove brani incisi nei ritagli di tempo del tour, scritti sul palco o in albergo, dopo aver visto cosa funzionava, e cosa no. Improvvisando, pescando a piene mani dai classici del blues: Sonny Boy Williamson, Robert Johnson, Howlin’ Wolf, Willie Dixon – alcuni di loro, poi presentatisi in tribunale a reclamare: colpa soprattutto di Plant. “Non sapevo mai cosa cantare, così facevo quello che si è sempre fatto nel blues: prendevo a prestito. Quando poi hai successo, qualcuno ti presenta il conto. Giusto così”. E una volta inneggiato ai semplici, allegri costumi del Delta del Mississippi coi suoi “back door men” di spettacolose capacità amatorie e le donne che “strizzano il limone finché il succo cola lungo le gambe” (ah, che vivida immagine), l’operazione veniva resa ulteriormente accattivante dallo “Stravinsky della chitarra elettrica” (parole di Santana), che riponeva l’archetto di “Dazed and confused” per dedicarsi a un gadget meno velleitario, più prosaico: la manopola del volume. E allora, che i fratelli maggiori si tenessero pure i loro Lennon e Dylan: i teenager avevano trovato qualcuno che sapeva davvero farsi rispettare.

Tutto qui? Sì: questo, in buona sostanza, è “II”. La maggior parte dei brani ha una struttura simile: la pirotecnica “Bring it on home”, la losca “The lemon song”, la mutevole “What is and what…” sono blues di impianto rigoroso, quasi antiquato, che di colpo impennano verso un rock tagliente, sporco, trainato da un riff che pare inventato sul momento tanto per movimentare l’ambiente. L’autentica festa del riff è completata da “Moby Dick”, con la paradossale passeggiata di Bonham tra tom e rullanti, e dalla devastante “Heartbreaker”, nella quale Plant si gioca metà delle corde vocali gridando come un forsennato (in “Houses of the holy” il disastro apparirà chiaramente). A chetare le acque in tutto questo raspare, un tentativo di ballata, “Thank you” (notare il testo: “Happiness, no more be sad. Happiness: I'm glad”. Si capisce perché all’epoca Plant preferisse buttare dentro versi altrui). E, in posizione un po’ defilata, “Ramble on”, unico vago presentimento delle cose che sarebbero venute, con la prima semidemenziale citazione dal Signore degli Anelli, e una costruzione melodica un po’ più aperta. Ma decisamente gli enigmi di Zoso, il cottage di Bron-y-aur con le sue suggestioni celtiche, le delicatezze acustiche seguite all’incontro con il “dolce Satana” erano del tutto imprevedibili davanti ai solchi di questo album.

I critici sbigottirono. “Quanta volgare, grossolana insensibilità”, scrisse il sommo nume Lester Bangs. Un altrettanto esimio collega tuonò su “Rolling Stone”: “Non hanno alcun futuro. La pantomima fintosessuale di Robert Plant, l’incapacità di Jimmy Page di sostenere un’idea musicale per più di 3-4 battute ora piacciono e vendono, ma non hanno radici e non possono evolversi in nulla” (parole di Jon Landau - l’uomo che “Ho visto il futuro del rock e il suo nome è Bruce Springsteen”).

“Hah!…”, risposero a buon diritto i quattro giovanotti inglesi. La loro blitzkrieg era riuscita: l’album andò al n.1 in America. Ora si poteva alzare la posta, secondo un progetto incredibilmente consapevole: “Il nostro quarto disco sarà memorabile. In caso contrario, ci andremo a nascondere per l’imbarazzo”, spiegò Jimmy Page presentando “III”. La prima fase era conclusa - incidentalmente, in corso d’opera avevano usato il blues per inventare l’hard-rock, un po’ come Colombo aveva trovato l’America cercando le Indie. Ma non c’era tempo per compiacersene: bisognava andare avanti, fare un altro capolavoro in pochi mesi, seppellire in fretta gli anni ’60, i Beatles, Woodstock e tutto il resto. Tanto, a piangere la dipartita di quella ed altre epoche d’oro ci avrebbero pensato i critici di trent’anni dopo. In quel momento, c’era semplicemente troppo da fare.

TRACKLIST

01. Whole Lotta Love - (05:33)
02. What Is And What Should Never Be - (04:43)
03. The Lemon Song - (06:19)
04. Thank You - (04:49)
05. Heartbreaker - (04:14)
06. Living Loving Maid [She's Just A Woman] - (02:39)
07. Ramble On - (04:23)
08. Moby Dick - (04:20)
09. Bring It On Home - (04:20)