«THE LAST BROADCAST - Doves» la recensione di Rockol

Doves - THE LAST BROADCAST - la recensione

Recensione del 22 mag 2002

La recensione

La “next big thing” del 2002 è un terzetto di Manchester dall’aria nemmeno troppo cool che dopo aver trascorso un’adolescenza inquieta ad ascoltare musica e calarsi ecstasy (non necessariamente in quest’ordine) nel club più trendy della zona, l’Hacienda, ha deciso di raccogliere le idee e di provare a fare un disco. Jimi, Jez, Andy – questi i nomi dei tre belli-e-dannati hanno pubblicato “Lost souls”, anime perdute, nel 2000: “molto bello ma troppo triste” hanno commentato, in sunto, critici e discografici, “comunque avanti così ragazzi, potete fare di meglio”. E loro, sorpresa, anziché mettere a repentaglio i neuroni residui in qualche rave per desperados si sono messi a scrivere e a viaggiare. In un anno o poco più hanno messo assieme un album che ha fatto gridare al miracolo: sono i nuovi Radiohead, i nuovi U2 e chi più ne ha più ne metta, anche se loro rifiutano i paragoni e ammettono al massimo di aver qualcosa in comune con i New Order.
A un primo ascolto, di “The last broadcast” vi stupirà soprattutto la varietà di stili. Sostenere che “qui dentro c’è un po’ di tutto” non è, per una volta, la solita frase fatta per riempire mezza riga quando non si sa cosa scrivere. Se provate a sentire “Words”, il brano che dopo la brevissima intro apre l’album, vi verrà in mente una piccola drammatica sinfonia, un viaggio breve ma intenso e un po’ malinconico, che ogni tanto dispiega le ali e vola al massimo della potenza. Mentre “There goes the fear”, il primo singolo tratto dall’album, ha proprio tutto quello che dovrebbe avere una pop-song: un ritmo uptempo che spingerebbe a ballare anche un sasso, un pizzico di nostalgia per una giovinezza estrema, ormai troppo lontana, quell’equilibrio raro da trovare in forma così integra – tanto che ascoltando la canzone ti viene da pensare che per una volta sei capitato al cinema nel giorno giusto, e che il film era molto meglio di quanto ti aspettassi. Per il resto, tutto l’album è un percorso che val proprio la pena di affrontare. A partire da “M62 song”, rivisitazione leggera e rispettosa assieme del classico dei King Crimson "Moonchild", per arrivare al folk scanzonato e un po’ campagnolo di “Caught by the river”, che chiude l’album. Se vi piace il rock lo troverete in “New York”, se il vostro approccio alla musica è più epico e ad ampio respiro forse preferirete “Friday’s dust” e “The sulphur man”. Questo, in fondo, non è che un modo di parlare di “The last broadcast” in superficie. Perché a scendere un po’ in profondità si colgono molte sfumature in più, e si percepisce sempre meglio anche quel senso di rassegnazione e disincanto che deve aver ispirato chi ha scritto quest’album. Per la maggior parte autoprodotto, “The last broadcast” è davvero una prova che dimostra spessore e coraggio, capace di accontentare anche le orecchie più snob. E molto probabilmente tanta versatilità non riuscirà a infastidire nessuno. Lasciando, al contrario, tutti in attesa di qualcosa di altrettanto buono. Che forse – così va il mondo – non arriverà mai…


(Paola Maraone)

TRACKLIST

01. Intro
02. Words
05. Where we’re calling from
06. N.Y.
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