«THICK AS A BRICK - Jethro Tull» la recensione di Rockol

Dischi leggendari: riscopri 'Thick As A Brick' dei Jethro Tull

Classici dell’estate: ogni giorno riscopri un disco leggendario, con le recensioni storiche di Rockol.

Recensione del 02 ago 2019 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Prima di iniziare a scrivere sono andato a ripescare dallo scaffale la mia copia originale, in vinile, dell’album. La confezione, così come fu pubblicata anche in Italia, è fra le più ingegnose e complesse dell’intera storia del rock: si tratta, in sostanza, della riproduzione integrale di un settimanale parrocchiale della provincia inglese (il “St. Cleve Chronicle”). “Integrale” vuol dire che il disco è incluso in una tasca ricavata fra la pagina 11 e la pagina 12 del giornale, che è in formato tabloid (e infatti la parte del rettangolo in basso è ripiegata per recuperare il formato quadrato del 33 giri). Dodici pagine, badate, interamente scritte e impaginate proprio come un giornale: con articoli, informazioni, annunci economici, programmi televisivi, risultati sportivi, insomma tutto quello che c’è in un giornale. Un lavoro brillante, e fra l’altro pieno di humour (“a spoof, in Monty Python’s style”: “una parodia nello stile dei Monty Python”): trent’anni fa non capivo ancora bene l’inglese, adesso che lo so un po’ meglio sono in grado di apprezzarlo quanto merita. Ian Anderson ha raccontato che costò più tempo scrivere e realizzare la copertina di quanto ne costò scrivere e registrare l’album...

Confronto l’edizione originaria con la versione in Cd, il cui libretto - a parte il formato, che rende illeggibile il carattere di stampa - sconcia vergognosamente il modello di riferimento, reimpaginandolo in formato quadrato e rinunciando a una buona percentuale dei contenuti (non si sono nemmeno accorti che la manchette colorata a sinistra della testata, che correttamente - nell’edizione in vinile e cartone - rimandava a pagina 7 del giornale per un articolo sui Jethro Tull, ora non corrisponde più alla pagina giusta).

Sì, d’accordo, la versione Cd ha in più un estratto di un’esecuzione live di “Thick as a brick” (Madison Square Garden, 1978) ma sono 12 minuti che non aggiungono niente di nuovo o di indispensabile; e l’intervista con Ian Anderson, Martin Barre e Jeffrey Hammond, interessante e fitta di informazioni e curiosità sul disco, è rovinata dall’effetto stereo... evidentemente nessuno si è accorto che era registrata in mono.

Comunque: a mia memoria, “Thick as a brick” fu il primo album costituito da una sola canzone, lunga 42 minuti e divisa fra le due facciate dell’album. Dice Anderson: “Quando era uscito ‘Aqualung’, tutti l’avevano definito un concept album, e noi sapevamo che non era vero, che era solo una raccolta di canzoni non collegate fra loro per ispirazione e tematica. Quasi per scherzo decidemmo di realizzare, col disco seguente, ‘la madre di tutti i concept album’: e forse ci siamo lasciati prendere un po’ la mano...”. La lunga canzone, appunto “Thick as a brick”, è accreditata, sull’etichetta, a Ian Anderson e Gerald Bostock. Gerald “il piccolo Milton” Bostock, personaggio di pura fantasia, era, nel concept del disco, un ragazzino-prodigio di otto anni che aveva vinto un concorso indetto dal Comitato per l’Arte e la Letteratura della Parrocchia di St. Cleve.

Vale la pena di rileggere l’inizio dell’articolo che campeggia sulla prima pagina del “Chronicle”: La Giuria squalifica “il piccolo Milton” dopo un’aspra discussione - La Society for Literary Advancement and Gestation (SLAG) ha annunciato ieri sera la decisione di squalificare Gerald “il piccolo Milton” Bostock, otto anni, vincitore del Premio, a seguito delle centinaia di proteste e minacce ricevute dopo che il ragazzo, lunedì scorso, ha declamato il proprio poema epico “Thick as a brick” alla B.B.C. Television. La giuria, riconvocata in tutta fretta, ha preso atto del parere di quattro eminenti psichiatri dell’età infantile, secondo i quali la mente del bambino è gravemente squilibrata e il suo poema è il frutto di “un atteggiamento estremamente malsano nei confronti della vita, di Dio e della Patria”. I medici hanno raccomandato che Bostock venga sottoposto “senza indugi” a un trattamento psichiatrico. Il primo premio sarà ora consegnato alla seconda classificata, Mary Whiteyard (12 anni) per il suo saggio sull’etica cristiana intitolato “Egli è morto per salvare i Bambini”.
E più avanti, l’articolo informa che la mamma di Gerald è preoccupata perché “la perdita del denaro del premio e della borsa di studio rende problematici i pagamenti delle rate per l’acquisto dell’Enciclopedia Britannica”, e che il piccolo Gerald, quando ha appreso la decisione della giuria, “è andato nella sua stanza e si è chiuso dentro”.

Ma, credetemi, tutto il giornale merita un’attenta (e divertita) lettura; cito solo un altro trafiletto della prima pagina, che nell’edizione in Cd è andato perduto: “Una studentessa di quattordici anni incolpa della propria gravidanza Gerald Bostock - Julia Fealey, componente del Comitato per l’Arte e la Letteratura della Parrocchia di St. Cleve e poetessa, è da tempo amica di Gerald, col quale ha spesso scritto poesie. (...) ‘E’ disgustoso’ ha dichiarato la signora Daphne Bostock, la mamma di Gerald: ‘Lei è sempre stata gelosa del mio bambino’”.
Era così ben costruita, tutta l’operazione, che più di un critico credette davvero che l’album fosse la versione, musicata dai Jethro Tull, del poemetto di Gerald Bostock (e ancora oggi, in qualche enciclopedia del rock, l’equivoco viene perpetuato). Invece, come ormai avrete capito, anche il testo di “Thick as a brick” (“ottuso, pesante, spesso come un mattone”) è frutto dell’immaginazione poetica di Ian Anderson, che si divertì a confezionare un delirante, sconnesso, “poetico” attacco in versi al perbenismo inglese (nel quale, in toni ora epici ora sarcastici, attacca il sistema classista - “I’ve come down from the upper class to mend your rotten ways” -, l’autorità statale ed ecclesiastica - “Join your local government, we’ll have Superman for president” -, la famiglia tradizionale - “We’ll make a man of him, put him to a trade, teach him to play Monopoly and how to sing in the rain”, e rievoca - con una punta di nostalgia - i bei tempi andati: “Spin me down the long ages, let them sing the song”).

Un testo fluviale, visionario, a tratti quasi tolkieniesco (“In the clear white circles of morning wonder, I take my place with the Lord of the Hills... The dawn creation of the Kings has begun”), che Ian Anderson canta con tutto l’istrionismo che gli è proprio, e che già aveva iniziato ad esibire nei primi quattro album del gruppo (“This was”, “Stand up”, “Benefit” e “Aqualung” - 1968/1971). Dei quali, “Thick as a brick” conserva e rielabora le caratteristiche musicali: la riscoperta della musica folk “Olde Englishe” e un’aggressività quasi hard rock che sono state, nel tempo, le due sponde fra le quali si è mossa l’attività della band. Che in “Thick as a brick” esibisce quella che è stata forse la sua miglior formazione: Ian Anderson (voce, flauto, chitarra acustica, violino, sax e tromba), Martin Barre (chitarra elettrica e liuto), John Evan (organo, pianoforte e clavicembalo), Jeffrey Hammond-Hammond (basso e voce), Barriemore Barlow (batteria e percussioni). L’altalena fra momenti quieti e riflessivi, esplicitamente medieval/rinascimentali, e improvvisi sprazzi di aggressività elettrica, rende l’ascolto di “Thick as a brick” un’esperienza mai noiosa, che raccomando di seguire con il testo a portata di mano (sì, nel libretto è riportato, così come lo era nella copertina-giornale: ma vi servirà una vista d’aquila, o una lente d’ingrandimento, perché è scritto in caratteri minuscoli).

Dovessi consigliarvi un solo album dei Jethro Tull, dico sinceramente, farei il titolo di “Aqualung”, più accessibile e complessivamente più apprezzabile da un orecchio moderno; ma “Thick as a brick” resta un monumento del rock “romantico” inglese, e come tale - come somma delle influenze precedenti, e come influenza sulle creazioni successive - non dovrebbe mancare nella vostra collezione.

PS. qualcuno sa, o ha mai letto da qualche parte, chi sia la ragazza (a destra nella foto di copertina) che nella didascalia è indicata come “Julia, Gerald’s chum with whom he write poems”? A parte lo sguardo torbidamente malizioso, quel triangolino di mutandina bianca che esibiva quasi casualmente nell’istantanea è una delle immagini più sexy che io ricordi dalla mia lontana adolescenza...

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