«BERLIN - Lou Reed» la recensione di Rockol

Lou Reed - BERLIN - la recensione

Recensione del 28 ott 2013

La recensione

Nell’ottobre del 1973, quando uscì “Berlin”, Lou Reed era fresco reduce da un inatteso rilancio di popolarità. Grazie a David Bowie, che lo aveva aiutato a realizzare “Transformer” (producendo l’album insieme a Mick Ronson), l’ex Velvet Underground aveva ritrovato la notorietà e il successo commerciale, con brani come “Walk on the wild side”, “Vicious”, “Perfect day”, “Satellite of love”, pienamente corrispondenti all’estetica – musicale e ideologica – dell’allora dilagante glam rock: e l’aura di bisessualità che circondava il personaggio contribuiva non poco a renderlo à la page, dati i tempi che correvano.
Terminato il tour del 1973, Lou Reed si era rinchiuso nello stesso studio di registrazione londinese (il Morgan Studio) nel quale, due anni prima, aveva registrato il suo debutto da solista, “Lou Reed”: in quell’album, passato ampiamente inosservato, era inclusa una canzone – “Berlin”, appunto – che in un certo senso ispirò il nuovo lavoro, e infatti è ripresa come brano di apertura dell’album che ne trae il titolo.
Assistito dal produttore Bob Ezrin, e con una squadra di musicisti di vaglia (fra cui i fratelli Brecker ai fiati, Aynsley Dunbar alla batteria, Steve Hunter alla chitarra elettrica) e con ospiti illustri (Jack Bruce, Steve Winwood, Tony Levin) Reed cominciò a lavorare alle canzoni che raccontavano “una storia realistica, di gente degli anni Settanta, che non è né particolarmente stonata né particolarmente degenerata; una storia che può capitare in ogni periodo storico e dovunque, non solo a Berlino”. Una storia di famiglia, di amori e disamori, di litigi e incomprensioni, di violenze domestiche e di figli contesi, che si chiude drammaticamente con un suicidio (“questo è il luogo dove lei posava la testa quando veniva a letto, la sera... e questo è il luogo dove sono stati concepiti i nostri figli... e questo è il luogo dove lei si è tagliata i polsi, in quella notte fatale” dice il testo di “The bed”, penultima traccia del disco).
Ezrin assecondò il desiderio dell’artista di realizzare “un film per le orecchie”, e s’immerse così profondamente nel progetto da rimanerne emotivamente segnato a lungo (si dice che, completate le registrazioni, abbia suggerito a Reed: “La cosa migliore che possiamo fare è mettere i nastri in una scatola, chiudere la scatola in un armadio, lasciarla lì e non riaprirlo più”).
Inizialmente, le aspirazioni “commerciali” del progetto guidarono Lou Reed a scrivere canzoni sufficientemente gradevoli – e sono quelle che costituiscono la prima facciata dell’originale album su vinile: da “Berlin” a “How do you think it feels” – anche se non “facili” e radiofoniche come “Walk on the wild side”. Ma, con il progredire del progetto e del concept (sì, “Berlin” è, a suo modo,un concept album) un’ombra oscura si stende sui testi e sulle musiche. “Oh, Jim” comincia a lasciar intendere come la storia d’amore fra Jim e Caroline sia segnata da un destino fatale, “Caroline says II” è la rassegnata ribellione di Caroline al marito che la picchia, in “The kids” i bambini vengono portati via alla donna “perché la gente dice che non è una buona madre” (e sono strazianti, sul finale, le voci infantili che chiudono il brano dopo la frase di inaudita violenza con cui termina il testo: “that miserable rotten slut couldn’t turn anyone away”), “The bed” è la desolata contemplazione della tragedia che si è consumata, e “Sad song” è una sorta di amaro e cinico epitaffio (“Smetterò di sprecare il mio tempo a ripensarci”) che celebra la fine di una storia di sesso, droga e violenza. Una storia della quale l’autore (di tutti i brani) e interprete è forse uno dei due protagonisti, ma più probabilmente l’osservatore e narratore più distaccato che compassionevole.
Un osservatore, però, che proprio nell’apparente freddezza da reporter – sottolineata da interpretazioni vocali composte e quasi ironiche, quando non sarcastiche – riesce a trascinare l’ascoltatore dentro il film sonoro che sta proiettando: e appare incomprensibile, oggi, come all’uscita dell’album molti non ne abbiano compreso la grandezza: piuttosto apprezzato dai critici europei, negli Stati Uniti venne letteralmente linciato. “Rolling Stone”, dopo aver definito “Berlin”, in un servizio-intervista pubblicato prima dell’uscita, “il ‘Sgt. Pepper’s...’ degli anni Settanta”, lo stroncò in sede di recensione, definendolo “la fine di una promettente carriera”; per poi però, l’anno seguente, ripudiare quel giudizio: “E’ un disco amaro, onesto, uno dei concept album meglio realizzati”). Ma ormai Lou Reed era uscito da quella fase di autoanalisi, ed era diventato il “rock’n’roll animal” che le platee apprezzavano moltissimo.
Secondo molti, compreso chi scrive, “Berlin” rimane il capolavoro di Lou Reed, il disco che meglio riassume la poetica dell’artista e che, anche musicalmente, meglio sta in equilibrio fra le suggestioni velvettiane e la decadenza glam; e rileggendo in prospettiva la carriera discografica dell’artista, se ne ritrovano segni in dischi posteriori come “Street hassle”, “The bells”, “New York”, fino a “Magic and loss” (“Sad song”, solenne e quasi operistica, rimane uno dei brani più impressionanti dell’intera produzione dell’artista: e niente mi toglie dalla testa che abbia rappresentato una significativa influenza sul “The wall” pinkfloydiano).
Riascoltando “Berlin” per scrivere questa recensione, ho rivissuto le profonde sensazioni – fascinazione, repulsione, paura, dolore, commozione - che me lo fecero amare moltissimo, tanti anni fa (ne sono passati ventotto!): e continuo a ritenerlo uno dei dischi fondamentali nella mia formazione, non solo musicale e professionale. Mi piacerebbe che qualcuno dei tanti di voi che non lo conoscono, dopo aver letto queste righe, fosse preso dalla curiosità di ascoltarlo. In fondo, scrivere di musica serve anche a condividere le emozioni. Fatemi sapere.

(Franco Zanetti)

Tracklist:
“Berlin”
“Lady Day”
“Man of good fortune”
“Caroline says I”
“How do you think it feels?”
“Oh, Jim”
“Caroline says II”
“The kids”
“The bed”
“Sad song”
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