«CHEMICAL WEDDING - Bruce Dickinson» la recensione di Rockol

Bruce Dickinson - CHEMICAL WEDDING - la recensione

Recensione del 23 gen 1999

La recensione

"Com’è il disco di Bruce Dickinson?"
"Hmmm, hai presente l’ultimo degli Iron Maiden, Virtual XI?"
"No".
"Ah. Beh, in effetti non gli somiglia molto. ‘Chemical wedding’ è più personale e interessante. Hai ascoltato il disco precedente di Bruce Dickinson?"
"No".
"In ogni caso, non si può dire che sia uguale. Anche se ogni tanto suona epico e grandioso come ‘Accident of birth’, qui le bordate sono più secche e precise, e meno pompose. Mettiamola così: hai presente i dischi degli Iron Maiden degli anni ’80?"
"No".
"Comunque, a me è venuto in mente ‘Seventh son of a seventh son’. Probabilmente per le parti vocali. Che poi, ti dirò, ogni tanto il modo di cantare di Dickinson non rende giustizia al suo modo di comporre. Perché ti dico che molti pezzi di questo album, cantati con uno stile più moderno, alla Korn, sarebbero devastanti. Hai presente i Korn?"
"No".
"Certo, la vecchia scuola rimane insuperata... Ma lascia che te lo dica: è un peccato che questi personaggi, al di là della venerazione dovuta alle leggende ambulanti, vadano perdendo seguito. Dickinson continua ad avere più idee dei Metallica. E questo Roy Z che produce il disco e scrive i pezzi è un gigante: incredibile che uno così accetti di stare in secondo piano. Certo, era un genere completamente diverso, ma il rapporto tra i due ricorda quello tra Steve Vai e David Lee Roth... Ti ricordi Steve Vai?"
"No".
"Beh, comunque, prova ad ascoltare questo disco. ‘Jerusalem’ è splendida, e ‘King in crimson’ e ‘Killing floor’ sono esempi di ottimo hard-rock punto e basta, senza stare a scomodare tanti paragoni. Pensi che io abbia fatto troppi paragoni?"
"Sì".

Tracklist:
King in crimson
Chemical wedding
The tower
Killing floor
Book of Thel
Gates of Urizen
Jerusalem
Trumpets of Jericho
Machine men
The alchemist
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