«SHAKE - Zucchero» la recensione di Rockol

Zucchero - SHAKE - la recensione

Recensione del 10 set 2001

La recensione

Si cambia per non cambiare. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si ricicla. Nella musica non esistono più le mezze stagioni. Verrebbe voglia di iniziare la recensione con una serie di luoghi comuni uno in fila all’altro. Che direbbero tutto e nulla, e finita lì. Però i luoghi comuni, banali finché volete, racchiudono sempre un fondo di verità. Ed almeno i primi due (il terzo l’abbiamo messo a caso) ci possono aiutare a capire Zucchero ed il suo nuovo disco.
“Shake” è un album in cui il bluesman nostrano ha cambiato tutto per rimanere se stesso. Suoni aggiornati, scelte coraggiose per ritrovare un’identità musicale ben precisa che è la sua e la sua soltanto. La prima cosa che colpisce di questo nuovo lavoro del Nostro è l’uso dell’elettronica. Già sentendo il programmatissimo singolo “Baila (Sexy thing)” si era intuito che c’era qualcosa di nuovo. Bene, tutto il disco prosegue su questa strada, usando loop, sample e coloriture elettroniche. Senza snaturare il suono blues-rock, che è sempre quello, solo rinnovato e più fresco. L’esempio migliore è anche il punto più alto del disco: la toccante “Ali d’oro”, duetto con il compianto John Lee Hooker (a cui il disco è dedicato), costruito sull’incrocio di una ritmica campionata ed un piano, con la voce del bluesman americano usata come se fosse un sample, anche se si tratta di un contributo originale. Risultato: una ballata da brividi, una delle migliori di sempre del cantante. Ma, per motivi simili, si potrebbero citare “Ahum” (in cui compare la voce di Barry White, questa volta campionata da “Just the way you are”) o l’attacco di “Music in me” (che prosegue campionando il Ray Charles di "What's I'd say") e buona parte del disco.
Però, alla fine, Zucchero rimane sempre lo stesso: il rock blues di “Sento le campane” e “Music in me” portano il suo indelebile marchio di fabbrica, così come la ballata “Scintille”. Il suo immaginario diretto e senza fronzoli è intatto: “Quando vedo te/ sento le campane/ mi scappa la pipì / da da dall’emozione” è una delle frasi che aprono il disco. In fin dei conti, come canta nella stessa canzone, “E’ sempre il solito riff/ però mi sento bene”. Insomma, Zucchero è il più postmoderno dei nostri cantanti: in fin dei conti, è sempre la stessa canzone. Basta sapersi rinnovare nel modo di scriverla, cantarla e arrangiarla. Da questo punto di vista, “Shake” centra in pieno l’obiettivo: è un disco estremamente piacevole e musicalmente centrato, oltre che un modo quasi perfetto per rinnovare l’immagine musicale del cantante. Merito dello stesso Zucchero, ovviamente, che cofirma tutte le canzoni. E merito anche del team che si è saputo costruire attorno; oltre allo storico collaboratore Corrado Rustici, vanno citatati i diversi nomi co-autori di buona parte dei brani: Robix, pseudonimo di Roberto Zanetti; Pasquale Panella (coautore di “Dindondio” e “Rossa mela della sera”) e il pianista Luciano “Luis” Luisi, anch’esso presente nei crediti di due brani, tra cui la finale “Tobia” scritta su testo di Francesco de Gregori.
In conclusione della recensione, ci lanciamo nel giochino in cui si cimenteranno sicuramente altri colleghi, speriamo in modo altrettanto scherzoso: il riconoscimento delle citazioni dirette e/o indirette contenute nel disco (ah, il postmoderno!). La citazione dell’amato Nietzsche in “Baila (Sexy thing)” è troppo evidente per non essere intenzionale: la famosa frase “Ci vuole ancora del caos dentro di sé per far nascere una stella danzante” (resa nota -ahinoi- dalla diffusione sulle magliette…) viene rigirata in “devi avere il caos dentro di te per far fiorire una stella che balla”. “Music in me” ha un paio di rime già sentite: La ripetizione “Chi c’è c’è / chi non c’è non c’è” era anche al centro di una canzone dei CSI (“A tratti”, da “Ko de mondo”), mentre la rima “voglio te che sei diversa/ voglio lei così perversa” richiama il ritornello di una canzone degli Estra, “Diversa e perversa” (su “Nordest Cowboys”: “io sto con te perché sei diversa/ io sto con te perché sei perversa”). Oltre alla frase che “Questa notte che si chiava il giorno”, che sa di autocitazione: mettete luna e sole al posto di notte e giorno e se vi ricorda una frase (che a sua volta era una citazione) non stupitevi…. Su “Porca l’oca” ci siamo divertiti a canticchiare “We will rock you” dei Queen, mentre gli attacchi al piano di “Dindondio” e di “Shake” portano alla mente rispettivamente “The way it is “ di Bruce Hornsby e “Let’s spend the night together” dei Rolling Stones. Ma forse ci è sfuggito qualcosa. Buon ascolto.


(Rockol)
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