«LIFE ON A STRING - Laurie Anderson» la recensione di Rockol

Laurie Anderson - LIFE ON A STRING - la recensione

Recensione del 07 set 2001

La recensione

Laurie Anderson è uno di quei personaggi che incutono un certo timore reverenziale. Fa subito venire in mente l'avanguardia newyorkese, la multimedialità, la tecnologia al servizio dell'arte… Senza contare i riferimenti letterari presenti nei suoi lavori, da Burroughs a Melville. Per giunta, sta pure con Lou Reed. Nota pettegola a parte, quando c'è lei di mezzo non sono solo canzonette, ma non è neanche solo seriosa accademia. A rendere più facile il compito del recensore, c'è il fatto che "Life on a string" non si accompagna a complessi allestimenti multimediali. Anzi, l'autrice lo presenta come una parziale reazione alla ponderosa opera teatrale ispirata a "Moby Dick" che l'ha impegnata severamente fra il 1999 e il 2000. In più, c'è il nuovo interesse della Anderson per gli archi e un parziale arretramento dell'elettronica negli arrangiamenti. L'idea di canzone dell'artista americana resta piuttosto distante da quella generalmente accettata nel mondo pop, anche se l'andamento quasi da musical di "Dark angel", arrangiata da Van Dyke Parks, e il vago sapore latino di "The island where I come from" suggeriscono una direzione più leggera rispetto agli standard consueti. Chi si aspetta cose più radicali può puntare invece sulla inquietante "My compensation" o su "One beautiful evening", in cui la voce torna al consueto stile recitato. "Washington street" ha invece una struttura che non dispiacerebbe a Leonard Cohen, ed è uno dei brani più riusciti in assoluto. Nell'album è rimasto qualcosa del lavoro teatrale che l'ha preceduto (bella l'iniziale "One white whale"), ma la Anderson tocca anche aspetti più personali senza cadere mai nella trappola del sentimentalismo, anche quando affronta la morte di suo padre in "Slip away". Il lavoro di produzione di Hal Willner - altro personaggio impossibile da ingabbiare in una definizione precisa - è sobrio e intelligente: suoni e arrangiamenti sono sempre essenziali, e i molti collaboratori di lusso presenti (Dr. John, Bill Frisell e l'immancabile Lou Reed, tanto per citare i più noti) offrono il loro qualificato contributo senza ricoprire il fastidioso ruolo da guest-star. Timori reverenziali a parte, un bell'album.

(Paolo Giovanazzi)
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