«WEEZER - Weezer» la recensione di Rockol

Weezer - WEEZER - la recensione

Recensione del 03 set 2001

La recensione

Poco meno di mezz’ora per dieci canzoni: i Weezer ritornano, dopo una pausa durata più di 5 anni, a fare ciò che gli riesce meglio, ovvero pop rock semplice e diretto, fedele alla regola aurea strofa – ritornello – strofa, uniformemente spruzzato di punk “leggero” come vogliono gli standard college/indie americani. Nulla di male, sia chiaro: la band di “Buddy Holly” ha saputo far tesoro dell’esperienza accumulata in studio e sui palchi di mezzo mondo concentrando, nell’omonimo terzo album, un sound molto compatto e decisamente ben definito, emancipandosi dal cliché “nerd” sotto il quale i quattro ragazzi californiani si erano rifugiati in occasione del loro debutto. Fa piacere, inoltre, ritrovare in questo “green album” il songwriting di Rivers Cuomo maturato eppure fedele all’approccio originale che ha sempre caratterizzato gli episodi targati Weezer: tra i due singoli, “Hash pipe” e “Island in the sun”, il secondo si segnala per la spiccata vena pop melodica quasi più europea che americana (se non fosse per l’esplosione strumentale sui ritornelli), mentre il primo costruisce – su un riff chitarristico fuzzato e molto aggressivo – uno stranito intreccio tra inserti a sei corde ed una linea vocale piuttosto nevrotica, pur nella sua linearità. Per il resto la ricetta – con le dovute variazioni – rimane la stessa di sempre: la band di Cuomo non ha assolutamente tentato di uscire dal seminato preferendo, per il proprio ritorno sulle scene, schierare una formazione magari non estremamente incisiva ma di sicura tenuta. Perché, infine, credo che i Weezer siano stati molto onesti nel realizzare il terzo capitolo della loro carriera: invece di registrare un album fotocopia dei passati successi o strafare, virando magari la loro produzione in chiave più cerebrale e meno d’impatto (Cuomo, che le canzoni è capace di scriverle, ci sarebbe riuscito), la band che tanto piace a Spike Jonze ha deciso di non mentire (a se stessa prima, al pubblico poi), confezionando un disco che – con le migliorie del caso – porti avanti il discorso leggero e disimpegnato delle uscite precedenti. Sicuramente l’assenza di un pezzo come “Undone” – geniale nella sua semplicità – potrà far storcere il naso a chi, dopo tanto digiuno, si aspettava una pantagruelica abbuffata di indie pop targato Weezer: in tal caso abbiate pazienza, perché questo è solo l’inizio. Il secondo, ma sempre l’inizio.

(Davide Poliani)
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