«LIONS - Black Crowes» la recensione di Rockol

Black Crowes - LIONS - la recensione

Recensione del 25 mag 2001

La recensione

Dopo la parentesi condivisa con il leggendario chitarrista dei Led Zeppelin Jimmy Page (e alla vigilia del tour come opening act per Neil Young), i Black Crowes pubblicano il nuovo album, sesto della loro discografia. E già l’inizio noisy di “Midnight from the inside out” mette in chiaro una serie di cose: “Lions” è un disco un pochino più hard dei precedenti, pur mantenendo inalterate le caratteristiche fondamentali del Black Crowes Sound, che si amplia leggermente nella sua gamma (e non solo alla luce dell’esperienza con Page). La band dei fratelli Robinson si è chiusa a registrare “Lions” in un vecchio teatro yiddish newyorkese, con la solita tecnica della presa diretta; la particolare location ha dato al tutto un suono molto “live”, con uno splendido riverbero naturale, soprattutto sulla batteria, anche se una parte consistente del lavoro era già stata preparata su un Pro Tools, e la produzione di Don Was non ha snaturato nulla della potenza espressiva della band. Addirittura alcune canzoni, come “Ozone mama” e “Lay it all on me” sono nate nello studio-teatro. Il recupero della matrice seventies è sempre forte e ogni ascoltatore si può sbizzarrire evocando idoli e fantasmi del proprio background sonoro, che possono essere Jimi Hendrix in “Midnight from the inside”, i Led Zeppelin in “Losin’ my mind”, gli Stones più blues in “Ozone mama”, i Free in “Come on”, le progressive band in “Cosmic friend” e chissà quanti altri. Sul tutto aleggiano le matrici principali, che da sempre compongono l’universo sonoro dei Corvi Neri: il rock-blues, il soul, il southern-rock, l’hard-rock. A fare da collante la chitarra di Rich e la splendida voce di Chris. Qualcuno continuerà a trovare un po’ datato il rock dei Black Crowes e questa è una corrente di pensiero che possiamo rispettare. Nessuno può però dire che “Lions” e i precedenti non siano degli splendidi dischi. Lasciatevi trasportare da brani come “Greasy grass river” o “Soul singin’” e non vi curate delle mode o dei trend, perché questa è musica senza tempo: quello dei Crowes sarebbe stato grande rock 30 anni fa e lo sarà fra 30 anni.

(Diego Ancordi)
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