«GATEWAY - Reef» la recensione di Rockol

Reef - GATEWAY - la recensione

Recensione del 15 dic 2000

La recensione

Sono tante le facce del rock e in questo loro ultimo album, “Getaway”, i Reef si divertono a indossarne le diverse maschere. Le aspettative di quanti confidano in questa band britannica per qualche iniezione di genuina energia rock anche questa volta non rimarranno delusi. La loro musica è diretta, essenziale, con un’adrenalinica onestà di base: “Non dimenticare che sei un animale/ perciò lasciati andare” recita il brano che apre la tracklist, “Record straight”. Un brano pensato per ballare, un brano la cui musica è musica per il corpo, per farlo muovere senza pensare ma semplicemente sentire; una canzone che non avrebbe sfigurato nell’album di un istrione del pop come Robbie Williams. E la stessa energia la si ritrova in “Superhero”, brano con ritmica in evidenza e riff di chitarra scatenati, a supporto di un testo che parla di come ognuno, sulla pista da ballo, con la melodia giusta, possa tirare fuori il supereroe che è in lui. E sprizza vitalità anche la title-track, che parla di una fuga giustificata da una enorme sete di vita: una canzone che parla di viaggi alla scoperta del mondo: “Sta a te fin dove andare lontano/ Guarda quanto sei capace di osare/ Vai a Baja, in una penisola./ Nel sud della Francia”. E davvero viene voglia di preparare le valige.
Con “Solid”, “Hold on”, “Saturday” e “Won’t you listen” i Reef regalano un’infilata di pure ballate rock, potenti e melodiche insieme, all’insegna di un pensiero che è sempre positivo, anche nei momenti duri: “Resisti, qualsiasi cosa ti capiti/ resisti e sii felice di quello che fai. Non te lo possono portare via, perciò resisti” recita il testo di “Hold on”. E se “All I want” ricorda certe ballate degli Aerosmith (e non sfigurerebbe in qualche film romantico con Meg Ryan protagonista), “Levels” si apre musicalmente a inaspettate dolcezze per raccontare di una giornata di ordinaria felicità, una giornata di freddo con un padre che tiene il suo bimbo e la sua donna per mano: “Oggi provo la serenità dell’uomo semplice/ Vedo il mio futuro così”. Sonorità più dure e taglienti invece per “Pretenders” e “I do not know what they will do” (quest’ultima molto alla Led Zeppelin), entrambe incentrate sui problemi del mestiere di musicista in un mondo, quello della discografia, falso e che dimentica il senso vero del fare canzoni: “Le parole che canto, mi aiutano a credere./ E’ più di questo,/ lo sai che mi fanno respirare.”.
Un album ricco, potente, che non inventa niente di nuovo ma che mantiene le promesse di una musica che innanzitutto vuole essere autenticamente rock.


(Laura Centemeri)
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