«STORIES FROM THE CITY, STORIES FROM THE SEA - PJ Harvey» la recensione di Rockol

PJ Harvey - STORIES FROM THE CITY, STORIES FROM THE SEA - la recensione

Recensione del 22 nov 2000

La recensione

Già il modo in cui P.J. Harvey si presenta sulla copertina di “Stories from the city, stories from the sea” è un indizio di come qualcosa in lei sia cambiato. Dopo copertine in cui mostrava il suo volto e il suo corpo ora distorti (le labbra di “Dry”), ora in pose colme d’angoscia (“Rid of me”, “To bring you my love”), ora in scatti volutamente castiganti (“Is this desire?”), sulla copertina del suo nuovo disco la Harvey si presenta non più, come accadeva in precedenza, in un non-luogo ma nell’atto di attraversare una strada di città, con degli occhiali in stile Gucci, un completo nero e una borsetta dorata. P.J. Harvey appare sicura e femminile, certo non solare ma nemmeno più con gli occhi sempre e solo rivolti nel complicato universo del suo essere.
Dopo aver sviscerato se stessa, dopo aver ragionato sulle contorsioni dell’amore, sui suoi lati ambigui, violenti e oscuri, la Harvey decide di uscire nel mondo e di raccontare storie di cui non è più la sola protagonista. Storie che hanno un’ambientazione, storie che raccontano di esperienze vissute; non più dubbi se sia o meno desiderio, ma il desiderio bruciato, consumato. “Stories from the city, stories from the sea” non è certo un concept-album, eppure, nelle tante storie che racconta, c’è come il filo di un’unica storia che ci parla di un amore metropolitano che nasce passionale e dirompente (“Big exit”), si complica (“This mess we’re in”), si interroga (“This is love”), si stempera e finisce per farsi ricordo (“We float”). E’ la storia di un’avventura, che si conclude con un rassicurante (per quanto possibile) ritorno a casa. E’ come se P.J. Harvey avesse deciso di accettare la sfida della vita, di accettare che a volte sia semplice e dolce (“Vorrei solo stare seduta qui e guardarti mentre ti spogli” canta in “This is love”) anche se continua a restare complessa e in fondo violenta e feroce. Felicità e insoddisfazione convivono: l’una non esclude l’altra.
In “Stories frome the city, stories from the sea”, P.J. Harvey mette insieme una raccolta di quadri, ora metropolitani (su tutti “The whores hustle and the hustlers whore”), ora onirici e marini (“Horses in my dreams”). Il rock arrabbiato e potente di “Big exit”, “This is love” e “Kamikaze”, l’amore in un mondo di violenza che questi brani esprimono, si affianca a una melodia che è romantica pur continuando a essere problematica, come in “This mess we’re in” (cantata principalmente da Thom Yorke), “You said something” e “We float”, quest’ultima una delle più belle ballad mai scritte dalla Harvey.
Musicalmente, questo disco è più accessibile dei precedenti ed è senza dubbio quello in cui le emozioni sono espresse nel modo più diretto. La Harvey mostra una raggiunta maturità nell’impiego della sua voce, usata in modo magistrale. Somigliante a tratti in modo sconvolgente a Patti Smith (l’attacco di “Good fortune”), la voce della Harvey è ora capace di graffiare al momento giusto: l’urlo che si trasforma in sirena di polizia in “The whores hustle and the hustlers whore” è l’esempio di come la Harvey non abbia perso il vizio di gridare ma come ora lo sappia fare nel modo più efficace. Sempre intensa ma non più con eccessi melodrammatici, P.J. Harvey mostra in questo album una ritrovata chiarezza e convinzione di se stessa e della sua musica e regala una raccolta di storie che, come tutti i racconti che si rispettino, non ci si stanca di ascoltare e riascoltare.

(Laura Centemeri)
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