«TEMPOVISION - Dj Etienne De Crecy» la recensione di Rockol

Dj Etienne De Crecy - TEMPOVISION - la recensione

Recensione del 18 nov 2000

La recensione

Solo tre anni fa, con le sue magie tecnologiche, con i suoi riverberi, i timestretching ostentati in ogni momento, le dilatazioni ereditate dal dub, in linea con le produzioni inglesi e di Glasgow (vedi alla voce Glasgow Underground) aveva dato una sferzata alla moribonda scena house. 4/4 dunque era il verbo per Etienne De Crecy. La ritmica dritta dell’house era il percorso più o meno obbligato attorno a cui questo mirabolante produttore francese avvolgeva tutte le sue intuizioni sonore. Oggi, lasciandosi alle spalle proprio quel vettore house che aveva contribuito a rinnovare, De Crecy si inventa un disco che è Nu Funk digitale per il millennio a venire. Un progetto simile l’aveva già messo in atto Alex Gopher, l’anno scorso, con il suo album d’esordio. Ma qui, rispetto all’album di Gopher, ci sono dieci, cento, mille intuizioni in più. Gopher aveva ben in mente la sua versione di funk siderale, di funk digitalizzato. I suoi limiti però erano stati due: anzitutto aveva esagerato con la digitalizzazione, rendendo il funk troppo freddo, asettico. E poi, proprio per questo eccesso di pulizia digitale, si era perso per strada, a parte in alcuni episodi, l’elemento primario del funk: il groove. Etienne De Crecy invece, sia pur avvolgendo il funk attorno a una fitta e indubbia fonte digitale, riesce a cogliere e mantenere vivo il groove. Lo dimostrano pezzi irresistibili come “Am I wrong”, “Noname” o “Scratched”. Ma il groove non è il solo elemento che fa la differenza e rende “Tempovision” uno dei dischi più belli prodotti dall’elettronica del 2000. De Crecy, grazie alla sua indubbia maestria nel manipolare macchine e computer, mette in mostra tutti i suoi trucchi digitali già applicati all’house più di tre anni fa. E così, in ogni brano di questo album assistiamo a una meravigliosa opera di reinvenzione del funk che nelle mani di De Crecy diventa qualcos’altro. E’ come se il George Clinton funkadelico più vigoroso che abbiamo conosciuto fosse stato triturato (in senso positivo) attraverso una fonte digitale e, soprattutto, fosse ogni volta filtrato da una sensibilità francese che, tra reminiscenze di Gainsbourg (fonte dichiarata di ispirazione da parte di Etienne), Lee Scratch Perry e migliaia di dischi di soul e funk, ci regala un funk ultrasofisticato, impreziosito da arrangiamenti scintillanti, mai scontati, in bilico tra jazz, tradizione elettronica e soul (ascoltare a proposito “Out of my hands”, capolavoro di questo disco, sintesi del nu jazz funk che mischia nell’arco di un solo pezzo Kraftwerk, Weather Report e Aretha Franklin). Da non perdere!
(Gian Paolo Giabini)
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.