«GREATEST HITS - Lenny Kravitz» la recensione di Rockol

Lenny Kravitz - GREATEST HITS - la recensione

Recensione del 17 nov 2000

La recensione

In meno di una decina d’anni e in cinque dischi (“Let love rule” è del 1989 e “5” del 1998), Lenny Kravitz è stato capace di regalare agli anni Novanta un sano e potente rock che, nonostante attinga a piene mani da un passato che spazia da Hendrix a Lennon, suona con una grinta tutta attuale. Partito da una formazione eclettica, che mescola il jazz, al funk, al blues, Lenny Kravitz è stato capace di miscelare con talento una serie di ingredienti che, seppur sempre riconoscibili, vengono come rimasticati e metabolizzati dalle sue invenzioni, con uno spirito capace di trovare di volta in volta una sintonia con le sonorità di oggi. Kravitz ha scritto brani rock con il sapore dei classici (un esempio tra i tanti è “Rock and roll is dead”) eppure senza il gusto stantio di qualcosa preso in prestito dal passato ma con un’energia autentica e originale. A due anni di distanza dalla sua ultima fatica in studio, Kravitz ha deciso di fare un bilancio della sua carriera e ha realizzato questo “Greatest Hits” che raccoglie alcuni dei suoi brani più noti e riusciti insieme ad altri magari di minor fama ma non di minore valore. Tra i primi troviamo la giocosa “It ain’t over till it’s over”, dalle sonorità piacevolmente anni Settanta, “Are you gonna go my way”, irresistibile omaggio all’arte di Hendrix, “Fly away” parentesi soul e “American woman”, graffiante rifacimento del brano dei Guess Who. Secondo una sorta di legge dell’alternanza i brani più potenti sono intervallati da alcune delle sue migliori ballate: “Can’t get you off my mind”, omaggio al rock-folk classico, trova così posto accanto a “Stand by my woman” e “Heave help”, languidi e melodici lenti con pianoforte protagonista. Ma quello che più stupisce ascoltando questa infilata di hits è l’eclettismo di Kravitz che lo porta a comporre un brano come “Mr.cab driver” (dal suo straordinario album di esordio “Let the love rule”), di un rock essenziale e scarno anche nel testo, e poi “Black velveteen” (da “Five”) che come “I belong to you” si apre a contaminazioni e sperimentazioni elettroniche. In tutto questo ben di dio di rock lascia un po’ delusi l’unico inedito, “Again”, ballata piuttosto scontata e che viene penalizzata dal confronto con brani che sono ormai dei classici e con cui non riesce a entrare in sintonia né come potenza di suoni né tanto meno come efficacia del testo. Qualche timore è giustificato sullo stato di salute della vena creativa di Kravitz (le raccolte di successi a volte non sono un buon segno), timori che si spera siano presto fugati da un nuovo album, questa volta nuovo per davvero.
(Laura Centemeri)
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