«STILELIBERO - Eros Ramazzotti» la recensione di Rockol

Eros Ramazzotti - STILELIBERO - la recensione

Recensione del 16 nov 2000

La recensione

“Non so bene perché lo chiamino stile libero. Ha le sue regole”.
(Mark Spitz, nuotatore, sette medaglie d’oro alle Olimpiadi di Monaco ’72)

Le regole ramazzottiane della canzone pop sono scritte da tempo. Chi dopo 4 anni si fionderà sul “nuovo” disco di Eros, le ritroverà e ne sarà confortato, così come chi ama la Nutella non sopporterebbe, nel comprarne una nuova confezione, di scoprire che il sig. Nutella ha deciso di “rinnovarsi” o “aprire a influenze etniche” (usando datteri o sushi, forse). Eros manda avanti un’azienda, deve far tornare i conti, e sa bene cosa piace alle pance dei suoi clienti. Ecco perché il titolo più appropriato per quest’album dovrebbe essere casomai “Variazioni Ramazzotti” – con esplicito rimando alle Variazioni Goldberg di Bach, delle quali Glenn Gould, che ne fu magistrale interprete, scrisse:
“Anche da un primo ascolto salterà subito all’occhio la differenza tra la grandiosità delle variazioni e la modestia della sarabanda che ne fornisce lo spunto. (…)La variazione ha un’unità che le viene dalla percezione intuitiva, un’unità che nasce dal mestiere e dalla rigorosità, ed è ammorbidita dalla sicurezza di una maestria consumata”.
Tutto è più chiaro: in ogni senso. Più bella cosa non c’è, per il fan di Eros, di un disco di Eros: il quale percepisce intuitivamente che è in fondo giusto rifare ogni volta quello stesso disco nel modo migliore. Il cliente prende, mette la cassetta nell’autoradio, e per qualche mese è giustamente felice. Il prodotto è perfetto, e nessuno può rimproverare il cantante di non essere se stesso. Quindi, è quasi un vezzo da critici il tentativo di cogliere le sottigliezze nascoste nelle “variazioni” rispetto al repertorio consueto: la quasi-dance di “L’ombra del gigante”, l’incedere blues di “L’aquila e il condor”. Ed è quasi superfluo accennare alla squadra costituita stavolta con Steve Ferrone, Brian Auger, Michael Landau, Celso Valli, Rick Nowels e Trevor Horn… Né vale la pena di soffermarsi troppo sulla scelta dell’ospite di turno per il mercato estero (Patsy? Già usata… Tina? Già usata… Facciamo uno squillo a Cher, và”), e della griffe “d’autore” per uno dei testi: Jovanotti, impagabile, riesce nell’impresa di dare a una storiella di lei-che-molla-lui-e-lui-dice-ahimè un titolo come “Improvvisa luce ad est”… Tutta roba di prammatica, quando girano certi numeri. E chi ama i numeri, può riflettere su questi: 800 giornalisti da tutto il mondo alla presentazione di questo disco. Detto tra noi, chi conosce la sua produzione potrebbe meravigliarsi che non ci abbia messo 2-3 giorni a fare questo disco: possibile che a Ramazzotti risultino difficili brani che sono la quintessenza della ramazzottianità (“Più che puoi”, “Il mio amore per te” o “Un angelo non è” – quanto mai calzante la succitata espressione “maestria consumata”)? Sarebbe come se all’esperto campione riuscisse difficile addomesticare il pallone – e visto che siamo in metafora, è opportuno segnalare che Eros si è definito “il Totti della musica. E’ un equivoco non dissimile da quello dello “stile libero”: del n.10 della nazionale ha la romanità piaciona ma non l’intuizione e il guizzo. Semmai, oggi Eros è un Demetrio Albertini, che ha in mano il gioco e sa dove far andare la palla, ma nonostante la indiscussa, consumata maestria, inventa raramente. Ad ogni buon conto, non è necessariamente una critica: in fondo anche in questo album Eros dà ai fan quello che vogliono, quello che nessuno come lui sa fare, quello che regala loro il sogno di una “Terra promessa” – anche se la sua, stranamente, si trova in Brianza.

(Paolo Madeddu)
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