«BLUE INDIANS - John Trudell» la recensione di Rockol

John Trudell - BLUE INDIANS - la recensione

Recensione del 15 ott 2000

La recensione

La sua è poesia in musica e insieme è musica che diventa poesia. E’ musica che si piega alla parola anche se a volte sono le parole che si piegano alla musica, senza nessuna rinuncia. La sua è una musica che è sussurro, come sussurro sono a volte i suoi versi. John Trudell è davvero insieme poeta e musicista, allo stesso livello, perché è come se le sue parole - che mescolano modernità e tradizione, intimismo e riflessione sulla società - nascessero con la loro musica, che disegna paesaggi a volte interiori, altre volte del mondo che c’è fuori, in accordo o per contrasto con quelli suggeriti dalle liriche. La collaborazione in questo “Blue indians” con Jackson Browne, suo amico di lunga data, perfeziona ulteriormente il difficile equilibrio tra parole e musica, offrendo una base di suoni e ritmi (presi principalmente dal blues) dove le percussioni, il pianoforte, le chitarre e le voci dei Bad Dog, accostati ai canti rituali di Quiltman, riescono nel loro intrecciarsi a esaltare, sostenere e punteggiare quel parlato recitato che è la cifra distintiva di Trudell. Che canta di rado, preferendo raccontare: ma è un raccontare ritmico, musicale, quello dei rapper o dei cantastorie.
In questo disco (che nella versione italiana presenta i versi in traduzione), Trudell sceglie di parlare forse come mai prima d’ora del sé più intimo ma al tempo stesso non perde di vista una dimensione più generale, quella del mondo di oggi, definito nella title-track come una “riserva industriale” popolata di blue indians “uomini smarriti in cerca del senso”. “Le tradizioni si dissanguano/ Nel diluvio hi-tech; lavoratori,/ Non servi:/ I termini cambiano/ Il progresso come evoluzione/ Che strano finale”, scrive Trudell che prosegue in queste sue riflessioni in “Terminal neon” che recita: “Tutti sentono ma nessuno presta ascolto/ Nella democratizzazione delle greggi/ il gregge bianco non si fida di quello nero/ dipende tutto dal pastore”; e ancora in “Grassfire”, vero e proprio inno allo spinello: “Ho cercato di resistere/ Nella società disumana/ Dove il savio appare/ Chiaramente come un pazzo/ Senza un perché/ Mentre sopravvivo alla grande menzogna/ Un lampo acceca la mia mente/ Spinello, una boccata di cielo”. Ma ci sono anche ritagli di storie, squarci di vite notturne, come quelle raccontate in “Johnny and Joe”, “Bad dog”, “All nite café” e nell’amara e divertente “Dizzy duck”, storia di un papero che si fa giustizia da solo contro gli uomini forti. E se le canzoni più “impegnate” sono anche quelle musicalmente più articolate, il Trudell più intimo, quello che affronta in questo album un vero e proprio viaggio nella passione, nel desiderio, nel peccato e nell’amore sceglie un registro musicale minimalista, pochi accordi, note trascinate, a tratti urlate. Dai turbamenti di “Devil and me” alle tentazioni di “Angel of sin”, dall’inganno di “Toy” alla profondità di “The only one for me” e dell’elegiaca “You were”, Trudell parla dei suoi sentimenti e insieme guarda, mettendosi nei panni di tutti noi, alle tante facce di quello che chiamiamo amore.
(Laura Centemeri)
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