«SONS OF THUNDER - Labyrinth» la recensione di Rockol

Labyrinth - SONS OF THUNDER - la recensione

Recensione del 20 ott 2000

La recensione

…e tre! Dopo il capolavoro che rispondeva al nome di “Returns to heaven denied”, i toscani Labyrinth sono ritornati con un nuovo full-lenght (il terzo per la precisione), forse il più atteso dai fans, visto il gran parlare che se ne era fatto poco prima della sua uscita. L’edizione che c’è capitata tra le mani di “Sons of thunder” è una delle prime 5000 copie vendute a prezzo speciale e in formato digipack, contenente anche una bonus track. Chi è attento alle vicende del gruppo saprà che i Labyrinth avevano scelto Neil Kernon (Queensryche) per produrre l’album, ma dopo aver sentito il risultato avevano deciso di prendere loro stessi in mano le redini e remixare tutto da capo. Che dire su questo disco dei Labyrinth? Sostanzialmente il gruppo ha messo in musica tutta l’esperienza accumulata con tour, prove e session in studio, producendo un disco adulto, diverso, che si discosta dai soliti (stra)citati Stratovarius e Rhapsody e che tende ad uscire dai soliti (e alle volte noiosi) binari del power metal. Dopo un immobilismo che caratterizzava il genere da qualche anno, i Labyrinth hanno avuto la forza e il coraggio di provare la strada del cambiamento. Parlando di testi, Olaf Thorsen e soci hanno imperniato “Sons of thunder” su di un concept ben preciso: gli intrighi, la lussuria, il potere e le vicende che animavano la corte francese del Re Sole e quella del Doge di Venezia. Tralasciate ambientazioni troppo epiche o medievaleggianti, i Labyrinth scoprono quindi il loro lato “storico”, raccontato da melodie, assoli, cavalcate di chitarra, tastiera, prive delle solite ridondati parti orchestrali.
Il brano di apertura si intitolata “Chapter 1” ed è forse il pezzo più rappresentativo delle capacità della band, la sintesi che racchiude tutto il loro estro nel saper comporre i brani. Dopo di che tutta la tracklist scorre come un fiume, dinamico, massiccio e travolgente nella sua carica. Bella la cover dei Matia Bazar “Ti sento”, qui tradotta in “I feel you”, ma anche la toccante “Love” lascia una breccia nel cuore più duro. Un disco che potrà raggiungere (se non superare) i fasti di “Returns to…” a condizione che sia ben ascoltato.
(Andrea Paoli)
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