«SCENI' - KlezRoym» la recensione di Rockol

KlezRoym - SCENI' - la recensione

Recensione del 27 ott 2000

La recensione

Chi vive a Roma ha sicuramente già avuto modo di familiarizzare con i KlezRoym, non fosse altro perché è praticamente impossibile non notare la loro infaticabile attività live. Si aggiunga poi che i KlezRoym sono forse la miglior formazione italiana dedita all’esplorazione della musica ebraica, capace di mescolare in modo avvincente tradizione e istanze musicali tutte attuali. Con un solo album alle spalle, l’omonimo “KlezRoym” uscito nel 1998, il gruppo romano arriva adesso alla pubblicazione di un secondo lavoro che amplia ancora di più il bagaglio musicale di questa formazione, definendo in alcuni momenti un linguaggio strettamente personale. E quello che sorprende, in “Scenì”, è anzitutto la compiutezza del lavoro, la maturità artistica che affiora dagli arrangiamenti, dalle idee musicali che scaturiscono di continuo dagli strumenti, e che fanno pensare a dei musicisti ‘per vocazione’...Incredibile album, a partire dall’iniziale “Trokal kazal trokar mazal”, composizione originale della band, fino alla conclusiva “Oyfn Pripetshik”, una nenia per bambini divenuta uno dei simboli della cultura ebraica, uno dei tanti brani tradizionali riarrangiati dal gruppo per l’occasione. I territori musicali toccati, oltre naturalmente a quelli propri della tradizione ebraica tanto askenazita (di provenienza cioè arabo-spagnola) che sefardita (relativa invece alle popolazioni dell’est Europa), sono quelli mediterranei e mediorientali, in un’apertura a tutto tondo che vuole essere un intento ben preciso del gruppo, come testimonia la presenza nel disco di due importanti musicisti del mondo arabo, Karam Abdelmagid all’oud e Abdullah Mohamed alla darbouka, ospiti in due brani. Diverse e continuamente cangianti le atmosfere musicali, che passano da brani di grande atmosfera a contaminazioni jazzistiche fino a momenti di grande epopea folklorica, come nel caso di “Szol a kakas mar”, brano proveniente dal repertorio ungherese ‘da matrimoni’. Ma “Scenì” è un disco difficile da scindere in filoni di genere, vista l’omogeneità strutturale che si permette: per ironia della sorte, forse l’unico brano in qualche modo meno contestualizzato è la rilettura del classico di De André “La canzone dell’amore perduto”, che siamo sicuri molti di voi non riconosceranno per le continue variazioni melodiche e armoniche. Per il resto lasciatevi trascinare dalla magia dei KlezRoym e non ve ne pentirete.
(Luca Bernini)
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