«ALL THAT YOU CAN'T LEAVE BEHIND - U2» la recensione di Rockol

U2 - ALL THAT YOU CAN'T LEAVE BEHIND - la recensione

Recensione del 26 ott 2000

La recensione

Un altro disco che contende la palma di “disco più atteso dell’anno”. Non stupisce, perché gli U2 sono dagli anni ‘80 la rock band più amata del pianeta. Hanno avuto alti e bassi, sono stati criticati per gli ammiccamenti eccessivi alla dance e all’elettronica. Questo disco, invece, si preannunciava come un ritorno alle origini. Ecco il motivo di tanta attesa. Proviamo a vedere quanto è giustificata, con un'analisi brano per brano.
“Beautiful Day”
Il biglietto da visita del nuovo disco degli U2 ormai lo conoscerete a memoria: uno dei brani più rock mai scritto dal quartetto irlandese. La chitarra si divide tra arpeggi e accordi più violenti, Bono canta con passione la storia di una persona persa, ma che ha ancora la forza di pensare che sia una bella giornata: “Sei sulla strada/ ma senza una destinazione/ sei nel fango/ nel labirinto della sua immaginazione/ ami questa città/ anche se sai che può non sembrare vero/ sei stato ovunque/ e ti senti tutto addosso/ è una bella giornata/ non lasciarla sfuggire”.

“Stuck in a moment”
Uno dei brani più belli del disco: quattro minuti e mezzo per una ballata soul che sembra uscita dal catalogo della Tamla Motown. Piano e chitarra arpeggiata, Bono che canta con voce sofferta “Non ho paura di nulla di questo mondo/ non c'è nulla che tu mi possa tirare che non abbia già sentito/ sto soltanto cercando una melodia decente/ una canzone che io possa cantare in mia compagnia”. Nel ritornello la canzone inizia ad aprirsi, con cori e controcanti, ma è solo verso il finale che esplode: aperture melodiche, fiati e la voce di Bono che decolla. Il tono intimista e sofferto del brano si rivela fino in fondo nelle parole, dedicate al ricordo di un amico morto: “Non dimenticherò i colori che hai portato/ ma le notti che hai riempito con fuochi d’artificio/ ti lasciano vuoto/ sono ancora incantato dalla luce che mi hai portato/ continuo a sentire con le tue orecchie e con tuoi occhi riesco a vedere”.

“Elevation”
Uno dei brano più tirati del disco. Chitarra distorta, batteria, basso e gli urletti di Bono entrano una alla volta, rendendo impossibile all'ascoltatore rimanere fermo. Un perfetto singolo (è probabile che sarà il terzo, dopo “Stuck in a moment”), ballabile, ma senza gli eccessi danceggianti di “Discotheque” o simili. L’elettronica, come in buona parte del disco è presente, ma in secondo piano, sottomessa alle chitarre ed alla ritmica. Il testo, come già anticipato Rockol nelle news, gioca sui doppi sensi tra l'amore per una persona e l'Amore con la A maiuscola: “Alto, più in alto del sole/ mi spari da una pistola/ho bisogni di te per elevarmi fin lassù/ agli angoli della tua bocca/ all’orbita dei tuoi fianchi/ eclisse, elevi la mia anima”.

“Walk On”
Il brano centrale del disco, che svela il mistero del titolo: che cos'è che non ci si può lasciare alle spalle? Che cosa contengono le valige che gli U2 hanno ai piedi nella foto che li ritrae sulla copertina di “All that you can't leave behind”? Il parlato iniziale rivela l'enigma: “L’amore/ non è una cosa facile/ l’unico bagaglio che ti puoi portare/non una cosa facile/ è tutto ciò che non ti puoi lasciare alle spalle”. La canzone è un inno nella migliore tradizione U2, musicalmente e nelle parole. Un brano totalmente aperto, da cantare in coro dalla prima all’ultima parola, seguendo la melodia di piano chitarra e voce. Le parole sono un'incitazione a tenere duro, ad andare avanti “E se l’oscurità ci dividerà/ e se la luce del giorno sembra lontana/ e se il tuo cuore di vetro si dovesse rompere nel momento in cui ti guardi indietro/ oh no, si forte/ cammina in avanti”. La parte finale della canzone è particolarmente toccante: Bono fa un elenco di tutto ciò che ci si può lasciare alle spalle (la moda, le costruzioni mentali, la ragione, tutto ciò che si crea e si distrugge…), e la canzone sfuma.

“Kite”
La canzone inizia con quello che sembra una di quelle melodie che accompagnavano le giostre di una volta. L'innocenza, l'infanzia e la paura della perdita, rappresentate dall’aquilone del titolo, sono infatti il tema centrale di questo brano, un altro mid-tempo fatto di aperture melodiche in crescendo. “Sono un uomo/non un bambino/ un uomo che può vedere l'ombra dietro i tuoi occhi/ chi può dire dove ti porterà il vento/ chi può dire cosa ti farà cadere/ non so dove soffierà il vento”. Da notare le ultime, ironiche parole: “L’ultima rock-star/ quando l’hip-hop faceva guidare i macchinoni/ nel momento in cui i New Media /erano la grande idea/ qual’era la grande idea?”

“In a little while”
Probabilmente il capolavoro del disco: un arpeggio bluesato su cui si inserisce un ritmo quasi hip-hop. La voce di Bono è particolarmente “nera” e sofferta, parla di lontananza, della voglia di tornare a casa da qualcuno amato. Le parole non sembrano però delineare una tradizionale canzone d’amore, quanto un brano forse dedicato alla figlia: “Quella ragazza, quella ragazza/ è mia/ e la conosco fin da quando/ quando era una ragazza con gli occhi spagnoli/ oh quando l’ho vista/ in una carrozzina in cui la spingevano/ Dio, quanto sei cresciuta/ beh, è passato un po’ di tempo”

“Wild honey”
Un brano folkeggiante, basato sulle chitarre acustiche, con una melodia smaccatamente pop. Una canzone che sarebbe piaciuta ai Beatles, per la sua semplicità e la sua melodia immediata, senza essere banale. Anche il testo è molto semplice e diretto, una canzone d’amore che usa la metafora dell’ape e del miele: “Nei giorni/in cui penzolavamo dagli albero/ero una scimmia/rubando il miele dall’alveare/ potevo gustare/ potevo gustarti anche allora/e ti inseguivo nel vento/ puoi andarci, se vuoi/ dolcezza selvaggia/ e se vai, vieni con me/ dolcezza selvaggia”.

“Peace on earth”
Un inizio in crescendo, con chitarre e tastiere, per una dei pezzi più ambiziosi del disco. Il tema, la “pace sulla terra” è impegnativo e solo uno come Bono può affrontarlo senza essere banale. Paradossalmente il brano ricorda, anche se solo vagamente, “I saved the world today”, degli Eurythmics, con cui condivide le tematiche e le atmosfere sognanti. “Il paradiso in terra/ ne abbiamo bisogno ora/ sono stufo di tutto ciò/ che gira attorno /stufo del dolore/ stufo di sentire ripetere/ che ci sarà/ la pace sulla terra. (…) Gesù, riesci a trovare il tempo di dare un aiuto all’uomo/ Pace in terra/ per dire a chi non sente/ e a chi ha i figli sepolti sotto terra/ Pace in terra/ Gesù, nella canzone che hai scritti/ le parole sono bloccate in gola/ Pace in terra/ la sento ad ogni natale/ ma speranza e storia non fanno la rima/ allora a che serve/ questa pace sulla terra”

“When I look at the world”
Chitarre distorte ed un ritmo lento ma serrato introducono un altro mid-tempo nella più classica tradizione degli U2. La voce di Bono sembra quasi rompersi nel ritornello, mettendo in luce la base del brano: il contrasto tra melodia (molta) e rumore (poco, quello delle chitarre). A metà canzone, con l’assolo di chitarra, epico e pieno di echi, sembra di fare un salto nel passato della band. Bono racconta della voglia di migliorarsi, prendendo esempio da qualcuno capace di guardare il mondo con più ottimismo: “Quando guardi il mondo/ che cos’è che vedi/ la gente ci vede tante cose/ in grado di metterla in ginocchi/ io vedo un espressione/ così chiara e vera/ che cambia l’atmosfera/ ogni volta che entri nella stanza/ allora provo ad essere come te/ provo ad avere le tue sensazioni/ ma senza di te non ha senso/ non riesco a vedere ciò che vedi/ quando guardi il mondo”.

“New York”
Il brano più complesso del disco inizia con un ritmo hip-hop e tastiere appena accennate, per poi trasformarsi in un classico rock con entrata di basso e chitarra. L’apertura elettrica verso il ritornello rende la canzone ancora di più un inno da cantare a squarciagola ad un concerto. Come si può immaginare dal titolo, si tratta di un’ode alla “Grande mela”, la città che da sempre ispira generazioni di musicisti: “A New York la libertà sembra avere troppe scelte”, canta Bono, che nel ritornello cita anche la “New York, New York” resa famosa da Sinatra e Liza Minelli. Bellissimo l'inciso, quasi rappato: “Irlandesi, italiani, ebrei ed ispanici/ pazzi religiosi, fanatici politici nel casino/ fortunatamente non come me e te/ ecco dove ti ho perso” e poi ancora “A New York ho perso tutto/ per te e i tuoi vizi/ ma mi fermo per crecare di risolvere / la mia crisi di mezza età”.

“Grace”
Un degno finale, una ballata sussurrata, giocata su un semplice arpeggio di chitarra e su un tappeto di tastiere. Musicalmente ricorda il finale di “The Joshua Tree”. Il tema, però, è molto diverso da quella “Mothers of the disappeared” che si occupava dei desaparecidos del sudamerica. Questo brano, invece parla di amore, ancora una volta. E ancora una volta lo fa correndo sul confine tra amore mistico e sensuale, come “Elevation”. Il tema è quello della Grazia, intesa come “Nome di ragazza e pensiero che ha cambiato il mondo”, come puntualizza lo stesso Bono. “E quando cammina per la strada/ puoi sentire gli archi/ Grazia trova il bene / in ogni cosa”… Il modo più rassicurante per terminare il disco.

Il verdetto finale
A conclusione di questo ascolto ragionato, brano per brano, tiriamo le somme della nostra anteprima di “All that you can’t leave behind”. L’impressione è che non si tratti di un vero e proprio ritorno alle origini. Certo. in molte canzoni gli U2 suonano come ce li immaginiamo: semplici, epici, diretti. Ma, in realtà, questo disco è frutto dell’esperienza: curato fin nei minimi dettagli, ma con una voglia di tornare a fare rock senza troppo arzigogoli. L’elettronica è sempre presente. Però, più che in passato, è al servizio delle canzoni e non fine a se stessa. Quello che c’è di bello in questo disco è che gli U2, finalmente, non giocano a nascondino, ma si lasciano andare. Questo dà vita a pezzi superbi (“In a little while”, “Stuck in a moment”), a melodie aperte (“Walk On” e molti altri momenti). Ma genera anche qualche caduta di tensione, perché si sfocia troppo nel già sentito (“Wild honey”, per esempio).
Insomma un disco che salomonicamente farà contenti un po’ tutti: i fan, che ritroveranno il suono perduto; gli esigenti, che potranno sentire una produzione superba (la fatata mano di Brian Eno…) e gli ascoltatori più distratti, che avranno per le mani un disco fatto di 11 canzoni scritte come 11 singoli. Cosa volete di più?
(Gianni Sibilla)
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