«MILES - Miles» la recensione di Rockol

Miles - MILES - la recensione

Recensione del 08 ott 2000

La recensione

“Tutti i pezzi del nuovo album sono nati intorno a un piano”. Così Thomas, il leader della band, spiega la genesi degli undici brani di “Miles”, terzo disco di una band che suona come se fosse cresciuta in qualche cantina di Liverpool (vedi alla voce Beatles, grande, indubbio “faro” per Miles) o della suburbia americana (vedi alla voce Flaming Lips o Grandaddy, da Thomas stesso citati come esempi da seguire nell’alternative rock odierno) e che invece si è fatta le ossa e tuttora suona tra le mura di un home recording studio, pensa pop nella propria camera da letto, a due passi da Monaco di Baviera, nell’anonima Wurzberg. Qui, attorno a un pianoforte, Thomas, con in testa i gruppi suddetti, cerca di reinventare, a modo suo, il pop e il rock che ha sentito suonare dai gruppi inglesi e americani. Lo fa partendo proprio da un piano, da melodie che poi diventano canzoni. Canzoni sempre a metà strada tra una chiara vena rock e una naturale tendenza al pop (ce ne sono un paio smaccatamente pop: la micidiale “Sonic 3000” e l’altrettanto irresistibile “Baboon”) che hanno come comune denominatore una cura per gli arrangiamenti che riporta alla mente il minimalismo di band come Stereolab e quella voglia di tastiere vintage che è tipica di molti gruppi alternative e indie di oggi. Già, perché gli arrangiamenti sono architettati quasi sempre attorno alle tastiere. E’ proprio attraverso le tastiere che i Miles riescono a scrivere pop song che giocano con il kitsch della disco (vedi il pezzo di apertura, “Disco queen”), che fanno sembrare un remake di un pezzo dei Byrds un classico da french pop alla Gainsbourg (vedi “We need more close ups”), che smorzano il rock di “Building up a connoisance”. Ed è proprio grazie alle tastiere che “Miles” suona divertente, godibile, originale anche se “derivativo”. Insomma, Miles è un disco da ascoltare.
(Gian Paolo Giabini)
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