«ESSENCE - A Guy Called Gerald» la recensione di Rockol

A Guy Called Gerald - ESSENCE - la recensione

Recensione del 02 ott 2000

La recensione

Il drum’n’bass è morto, dicono in molti, tanto che lo hanno mollato senza ripensamenti personaggi chiave della scena come Photek, che ha fatto un album con un solo pezzo di drum’n’bass. Eppure, a Gerald Simpson, tutto questo sembra interessare poco. Insensibile ai trend, innamorato delle ritmiche sincopate della jungle, per lui le uniche variazioni possibili al tema di “Black secret technology” (il suo disco precedente, risalente a ben 5 anni fa, quando la jungle era al culmine delle sue possibilità) sono tre. La prima è andare indietro nel tempo, a recuperare sonorità che drumfunk (la versione funk, a base di contrabbasso e beats jazzati inventata da EZ Rollers e Roni Size) e darkcore (la versione techno e paranoica della jungle, per intenderci quella hardcore che si avvicina alla filosofia dei rave della seconda ondata) avevano spazzato via, cercando di far suonare i pezzi come erano in principio, quando la jungle non era ancora chiamata drum’n’bass e aveva forti connotazioni “nere”, giamaicane. La seconda è diversificare il proprio spettro sonoro: non più sample e loop usciti e elaborati direttamente da una macchina ma campionamenti con un’anima. In poche parole far suonare i pezzi attraverso materiale analogico, non più digitale come si usa nel drum’n’bass, il più possibile sporco, il più possibile organico. La terza poi, la più importante, batte il terreno della forma canzone. A Guy Called Gerald, con l’aiuto di alcune cantanti/ospiti (tra cui Lady Kier, ex Deeelite, Louise Rhodes dei Lamb e suo fratello, rivelazione soul dell’album), cerca di riavvicinare una formula sonora prettamente pensata per la pista da ballo con un involucro più “ascoltabile”, che rimandi al pop. L’uso della voce diventa allora importantissimo per captare l’essenza di una canzone e, accostata ai due suddetti elementi, ci regala un album di canzoni a base di jungle, con suoni che fanno pensare al jazz. Impeccabile per quanto riguarda i suoni e i ritmi (e qui viene a galla tutta l’esperienza di Gerald), un pò meno proprio sull’uso delle voci, un pò troppo impersonali, a parte la maestosa Louise Rhodes e il fratello di Gerald .
(Gianpaolo Giabini)
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