«BLUE NIGHTS - Bruford Levin upper Extremities» la recensione di Rockol

Bruford Levin upper Extremities - BLUE NIGHTS - la recensione

Recensione del 08 set 2000

La recensione

Musica complicata, che nessuna radio sensata manderebbe mai in onda perché non somiglia a uno spot pubblicitario. Musica con continue variazioni di ritmo e di tensione. Musica senza voce e senza ritornello, senza guape loche o bailamos o andale muchacha que la vida è loca y difficile. Perché qualcuno dovrebbe farla? Forse perché qualcuno si ostina ad ascoltarla. Pensando a questa gente, Tony Levin e Bill Bruford, due con la patente di “musicisti per chi se ne intende” se ne esistono, osano pubblicare addirittura un doppio CD dal vivo in cui dipingono paesaggi sovente anomali (“Cobalt canyons”, “Outer blue”, “Palace of pearls”, e un assolutamente inquietante “Cerulean sea”) con colori delicati e allucinanti, gettando un guanto di sfida a quanti con i campionamenti e la ricerca del “radio-friendly” stanno togliendo la personalità dalla musica “suonata”. Non che i due si tirino indietro di fronte alle possibilità dell’elettronica, ma si sente in ogni brano la spinta ad esplorare del musicista curioso, perfettamente a suo agio con gente in sintonia. In sintonia quasi perfetta: in alcuni frangenti il livello tecnico è tale che sembrerebbe impossibile che il tutto sia registrato dal vivo, se non sapessimo che si tratta di musicisti di serie A. E ai musicisti in primo luogo consigliamo questo album di ginnastica sonora e forse anche spirituale, di dedizione alla causa dello strumento e del gruppo – del resto Levin e Bruford (questi soprattutto in forma spettacolosa, vedi “Cobalt canyons”) sanno cosa significa fare da forza propulsiva, da motore della macchina, sapendo che a guidare devono essere altri. La cosa interessante è che stavolta hanno scelto loro chi doveva stare al volante. Il “feeling” è affidato alla tromba di Chris Botti, affascinante, anche se forse di impostazione troppo rigorosamente MilesDavisiana. Al chitarrista David Torn è concessa meno autodisciplina, ma la sensazione è che sia l’elemento di complemento del quartetto, scelto per fare da contraltare aggressivo a Botti (con accordi di cupa veemenza se non con dei “loops” frippiani, vedi ad esempio “Dentures of the gods”). Se non fosse per i colori pastello del trombettista (vedi la citata “Palace of pearls”), si potrebbero definire i B.L.U.E come “i King Crimson come dovrebbero essere”. Più in palla rispetto a “ConstruKCtion of light”, meno schiavi delle bizze di Fripp, guidati dagli strumenti, posseduti dalle note e dal bisogno di suonarle. Da segnalare come curiosità un omaggio ai Led Zeppelin di “Kashmir” in “Torn drum bass” – rimando ad altri che un dì sentirono il bisogno di lasciare i sentieri più battuti e fare gli esploratori.
(Paolo Madeddu)
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