«NASTY LITTLE THOUGHTS - Stroke 9» la recensione di Rockol

Stroke 9 - NASTY LITTLE THOUGHTS - la recensione

Recensione del 07 set 2000

La recensione

C’è un tipo di musica che solo gli americani sanno fare: è quel pop-rock panna-cioccolato che consente a gruppi come gli Stroke 9 di produrre dischi che una volta messi su suonano come se per un’ora ci fossimo sintonizzati su una oscura stazione dell’Ohio, magari la radio di un college. Dischi che sono gli ultimi eredi di una tradizione che ieri aveva come campioni i Doobie Brothers e i Boston, e in tempi più recenti ha visto primeggiare Bryan Adams, Hootie & the Blowfish e Fastball. Gente che di fronte al baraccone di Eminem e Marilyn Manson, all’intimismo a suon di watt dei Creed, ai miscugli stilosi di Moby, alle bolle di sapone degli ‘N Sync, scuote la testa e mette mano ai vecchi, cari strumenti che hanno costruito il rock: batteria, basso, chitarra. E pedalare. Gli Stroke 9 lo dicono chiaramente: "Crediamo ancora al pop-rock, e anche il pubblico. Se dovessimo credere ai media, avremmo l’impressione che la gente voglia solo Limp Bizkit, hip-hop oppure boy-bands. Poi però Dave Matthews ha un seguito enorme, e in tv e sui giornali non lo si vede mai”.
Con l’orsacchiotto Matthews i quattro giovani californiani non hanno molto a che spartire: le loro composizioni sono molto più lineari nella costruzione e facili al ritornello, anche se gli intrecci tra basso e chitarre sono gradevolmente insistiti e la cantabilità delle strofe è molto ricercata rispetto al laconico standard attuale. Brani come “Little black backpack”, “Washin’ + wanderin’” o “Angels” sono punte di diamante in un disco che sembra una collezione di singoli, un vassoio di pasticcini come “City life” o “Tail of the sun” offerti alle fm americane per irrobustire la loro programmazione senza smettere di comunicare che se si riesce a “take it easy”, arriverai alla fine della giornata compiaciuto e senza problemi. Colpisce favorevolmente la tendenza a non immelensirsi nemmeno nelle ballate, visto che anche la riflessiva e finale “Tear me in two” ha comunque un ritmo più sostenuto del normale “lentone” da classifica. Più di tanto gli Stroke 9 non riescono a rallentare: i loro cuori californiani pulsano sempre, come minimo, a 60 all’ora su una strada polverosa. E un viaggetto con loro lo si fa volentieri.

(Paolo Madeddu)
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