«MEGADETH - Megadeth» la recensione di Rockol

Megadeth: un autoritratto come ultimo album e atto finale

Sintesi storica e controllo creativo: ecco il disco conclusivo della band di Dave Mustaine

Recensione del 24 gen 2026 a cura di Elena Palmieri

La recensione

I Megadeth hanno deciso di fissare un punto fermo alla propria discografia per dare il loro addio alle scene. Come atto finale e chiudere il cerchio, Dave Mustaine è arrivato a un album che suona come un autoritratto musicale. Non è un caso che il titolo sia proprio “Megadeth”.

Il nuovo e ultimo lavoro di studio della storica band, che arriva dopo oltre quarant’anni di carriera come una delle più longeve e determinanti del metal, non cerca svolte ma mette in fila linguaggio, metodo e memoria, trasformando l’addio in una ricapitolazione coerente. Prodotto da Dave Mustaine insieme a Chris Rakestraw, “Megadeth” onora quasi mezzo secolo di scrittura, produzione e identità sonora che in esso trovano ancora ragione d’essere.
L’apertura affidata a “Tipping point” espone subito la grammatica del disco, costruendosi su architetture di riff, gestione del tempo, centralità della chitarra come motore narrativo, una scelta che ribadisce continuità più che sorpresa e che colloca l’album in una tradizione interna riconoscibile, senza concessioni a revisioni tardive.

La formazione attuale diventa parte attiva di questo bilancio, con un equilibrio che valorizza ruoli e funzioni. “Megadeth” è il primo e unico lavoro del gruppo a contare del contributo di Teemu Mäntysaari alle chitarre solista, ritmica e acustica. Non solo perché è il più “giovane della band”, Mäntysaari introduce soluzioni e intrecci che dialogano con la scrittura di Dave Mustaine, mentre il bassista James LoMenzo - nuovamente in studio con il gruppo per la prima volta da “Endgame” del 2009 - e il batterista Dirk Verbeuren sostengono una sezione ritmica fondata su controllo, resistenza e articolazione, elementi che permettono all’album di procedere per blocchi compatti, con una cura del dettaglio che restituisce la sensazione di un progetto pensato come conclusione, non come episodio intermedio.

Nel corpo centrale, la scaletta costruisce un percorso che alterna velocità e struttura, attacco e riflessione, senza ricorrere a contrasti artificiosi. Mentre “I don’t care” introduce un passo di matrice punk, “Puppet parade” lavora su immagini e dinamiche, e “Made to kill” impone una pressione costante affidata alla tenuta ritmica. “Born to lose, trained to fight / Hates the dark, defends the light / Taught to pray, yet made to kill / Life's a game, do as thou wilt”: fin dalle prime battute, Dave Mustaine chiarisce il tono della settima traccia, sostenuto da un attacco di batteria, colpendo con una violenza controllata, sorretta da una sezione ritmica che non concede tregua.
Obey the call” richiama soluzioni narrative già presenti nella storia del gruppo, mentre “The last note” assume il ruolo di resa dei conti e autoanalisi: “I burned up my youth almost every night / Each show became a battle and a fight / Raised on chaos, fed by the crowd / The guitar got heavy, time to lay it down”: Mustaine sceglie la consapevolezza come chiusura, non come gesto teatrale, affidandola al peso delle parole e alla funzione del finale come luogo di sintesi.

La conclusione vera è propria, però, non è ancora arrivata. Il senso complessivo del disco si chiarisce infatti nella scelta di aggiungere alla fine di tutto una bonus track, che nelle intenzioni di Dave Mustaine serve per “restituire qualcosa”. Il brano è “Ride the lightning”, che riporta il racconto al punto d’origine e chiude simbolicamente il cerchio con i Metallica, rileggendo un brano che porta anche la firma di Mustaine come atto di riconoscimento e di riappropriazione della propria storia, più che come esercizio di confronto. “Con 'Ride the lightning' ho ripensato a come è cominciato tutto quel viaggio, fin dall’inizio: da me che avevo una chitarra finta fino ad arrivare a oggi, che sono un ambasciatore della casa di chitarre che ho sempre amato, sono uno dei membri più rispettati della famiglia Gibson”, racconta il 64enne musicista statunitense in "Megadeth: behind the mask", il progetto cinematografico nelle sale solo il 22, 23 e 24 gennaio 2026 che anticipa il disco e il tour finale. Aggiunge: "È come se tutto avesse compiuto uno straordinario giro intorno all’universo, e ora sento che è arrivato il momento di restituire qualcosa”.

In questa prospettiva, “Megadeth funziona come archivio attivo, è un album che prepara il terreno all’ultimo tour, con tappa italiana il 14 giugno a Ferrara, e che consegna ai fan un documento finale in cui il suono, la scrittura e il controllo creativo diventano strumenti di chiusura, non di nostalgia, lasciando che sia la musica, ancora una volta, a fissare l’ultima parola.

Tracklist

01. Tipping Point (04:29)
02. I Don't Care (03:10)
03. Hey, God?! (03:29)
04. Let There Be Shred (03:58)
05. Puppet Parade (04:41)
06. Another Bad Day (03:37)
07. Made to Kill (04:01)
08. Obey the Call (04:20)
09. I Am War (03:46)
10. The Last Note (05:31)
11. Ride the Lightning - Bonus track (06:11)
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