Recensioni / 01 set 2000

Simply Red - BLUE - la recensione

BLUE
Cgd East West (CD)
Un gruppo rock che riesce a vendere bene sul mercato statunitense senza affidarsi alla formula metal/hip hop, ma semplicemente scrivendo canzoni e suonando le chitarre elettriche a volume alto dovrebbe essere comunque una buona notizia per gli appassionati. Non sono poi in molti a riuscire in questa impresa ultimamente, e fra questi pochi eletti ci sono i Third Eye Blind. Poi si ascolta il secondo album della band, “Blue”, e si fa uno sforzo per rallegrarsi dell’evento, ma è veramente dura. Non si può negare che il gruppo picchi con la dovuta energia, e il leader Stephan Jenkins faccia encomiabili sforzi per scrivere testi che non si allineino con i miserabili standard pop correnti, ma nonostante tutto si fa una gran fatica ad arrivare fino in fondo. Il guaio maggiore dei Third eye blind è quello di risultare prevedibili in qualsiasi frangente: quando tentano l’assalto post-grunge (“Anything”), quando si affidano a un riff che ricicla per la milionesima volta la cadenza di “Sweet Jane (“Never let you go”), quando giocano la carta della ballata semiacustica (“Deep inside of you”), quando tentano un approccio leggermente più sperimentale (“Camouflage”)… Sono ottimi per le radio americane, e Stephan Jenkins è un personaggio che può funzionare bene sui media d'Oltreoceano: ex-squatter, scrive canzoni che finiscono in classifica ma dichiara di non pensare minimamente agli aspetti più strettamente commerciali del suo lavoro, per metà rockstar, per metà artista che si esalta quando i giornalisti si informano sui riferimenti dei suoi testi a Beckett. Ma alla fine mette un po’ di tristezza che la pecetta di “alternative rock” sia adattabile a questi aspiranti divi con qualche pretesa intellettuale. Per essere perfetti, manca solo che arrivino al successo su larghissima scala e che si lagnino delle pressioni insopportabili che questo comporta.
(Paolo Giovanazzi)