«GET SUNK - Matt Berninger» la recensione di Rockol

Matt Berninger è stanco del suo personaggio

“Get Sunk”, il secondo disco solista del cantante dei National: malinconia e luce in fondo al tunnel

Recensione del 29 mag 2025 a cura di Gianni Sibilla

Voto 7.5/10

La recensione

Cosa succede a una band e al suo frontman quando vengono identificati non solo con un genere, ma con un mood? E quando collaborano con la più importante popstar del pianeta, che li indica come il suo gruppo preferito?
Chiedere ai National e a Matt Berninger – che dopo i dischi con la band, le collaborazioni con Taylor Swift e un monumentale tour culminato nel disco “Rome”, torna solista con “Get Sunk”. Provando a uscire dallo stereotipo del cantante e del mood malinconico.

Con il suo secondo album solista, “Get Sunk”, Berninger prova a riposizionarsi come aveva fatto con l’esordio “Serpentine Prison” di 4 anni fa. “Con questo disco sto cercando di riscrivere quel personaggio”, ha dichiarato in un’intervista. Un esercizio di riappropriazione ma anche di ripartenza: in “Get Sunk” prova a trovare dentro anche leggerezza e ironia dopo un periodo complicato, da cui nasce l'albu,.

Il titolo prende spunto da una strofa di “Times of Difficulty”, la ballata finale dell’album: “In times of heartache get drunk / In times of tears get sunk”. Anche una riflessione sul blocco creativo e sulla depressione attraversati da Berninger negli ultimi anni. Come in “Serpentine Prison” (2020), questo secondo album sceglie una via più diretta, con canzoni più dritte rispetto ai National, dove la presenza dei fratelli Dessner e della band può essere ingombrante. Meno arrangiamenti solenni, un tono più leggero, come ha dichiarato in diverse interviste.

Non aspettatevi un album pop, anzi: l’unico accenno è lo stile alla Bacharach di “Silver Jeep”. La malinconia di fondo che pervade il tono vocale e la scrittura di Berninger rimane. Così come l’approccio minimalista, a piccoli dettagli e piccole storie – in questo caso derivate dalla sua infanzia, in particolare in Indiana – stato citato in diverse canzoni – dove è cresciuto.
In canzoni come “Frozen Oranges” si sente eccome l’eco dei National – tanto da scambiarla per una canzone della band –, in altre come il singolo “Bonnet of Pins” c’è un approccio pop-rock più classico, molto anni ’90: è una delle canzoni più dritte mai scritte da Berninger, ma anche una delle più ciniche: tra sigarette elettroniche e “cocktail Nabokov”, il protagonista si perde in un labirinto di incomprensioni e micro-drammi relazionali.

Lo stile è sempre quello, inconfondibile, ma più asciutto: frasi brevi, dettagli precisi, una scrittura che ricorda Raymond Carver. Berninger stesso ha detto: “Scrivo molto su ciò che voglio evitare”: ne esce un disco che funziona per accumulo di immagini, più che per slanci epici o costruzioni armoniche complesse.
Rispetto alla produzione dei National, “Get Sunk” ha il pregio di una maggiore libertà. Berninger non ha bisogno di confrontarsi con l’architettura sonora complessa dei National. Le melodie sono più semplici, le strutture meno vincolanti. E, anche nei momenti più cupi, si vede una sorta di luce alla fine del tunnel, come se la malinconia sia stata accettata e superata.

“Get Sunk” è un disco che non rinnega nulla, ma che prova a vedere le cose da un’angolazione diversa: il suono, la voce malinconica (come nella recitata “Nowhere Special”), il superamento della depressione, le aspettative, la figura pubblica, lo stile. È il lavoro di un uomo che ha imparato a convivere con le proprie crepe, e che ha deciso di raccontarle apertamente, senza avere le spalle coperte da una band. Non è un nuovo inizio. È un altro modo di tornare a casa.

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