«A STUDY OF LOSSES - Beirut» la recensione di Rockol

Beirut e il suono delle cose perdute

“A Study of Losses”: il nuovo disco sospeso tra memoria, circo e poesia

Recensione del 21 apr 2025 a cura di Arianna Raffaelli

Voto 7.5/10

La recensione

Non un semplice album, ma un viaggio sonoro e visivo, quello che prende vita in “A Study Of Losses”, un'odissea di 18 tracce commissionata a Zach Condon, polistrumentista dei Beirut, dal circo svedese Kompani Giraff per l'omonimo spettacolo acrobatico, basato sull'adattamento del romanzo dell’autrice tedesca Judith Schalansk.
 

"A Study of Losses" è composto da undici canzoni e sette brani strumentali, che prendono il nome dai mari lunari e si ispirano alla storia spaventosa di un uomo ossessionato dal desiderio di raccogliere e catalogare ogni pensiero e creazione dimenticata dall’umanità.  I temi del romanzo e dell’album spaziano tra il senso di scomparsa, la conservazione e la precarietà di tutto quello che ci circonda: specie animali estinte, tesori architettonici e letterari perduti.

Sul piano musicale, Condon riprende tutta la potenza e molteplicità del canto corale, sperimentando con suoni ispirati da uno dei suoi dischi preferiti di sempre, “69 Love Songs” dei Magnetic Fields. “A Study of Losses”, il secondo nuovo album dei Beirut in soli due anni, arriva infatti sulla scia di “Hadsel”, album che nacque da tutt’altra esigenza, quella di una rinascita personale che segnò, per nostra fortuna, anche una rinascita artistica.

Un’importante novità rispetto al lavoro precedente, estremamente solitario, è che in “A Study of Losses” troviamo il quartetto d'archi e gli arrangiamenti della violoncellista Clarice Jensen. Mentre una mancanza che si fa notare è quella della sua famigerata tromba e degli ottoni. Proprio Condon ha detto, parlando di questo progetto:  “A Study Of Losses si è trasformato in un disco piuttosto inaspettato per me. Con 18 canzoni e quasi un'ora di durata, è di gran lunga l'album più ampio che abbia mai realizzato".

Si aprono le danze sonore con una intro, “Disappearances and Losses”, fatta di tappeti elettronici con cui prende spazio una dimensione eterea e sospesa. Dal secondo brano, “Forest Encyclopedia”, entriamo in terra Beirut e scopriamo i temi ricorrenti dell’album.
Tra i brani strumentali ascoltiamo “Oceanus Procellarum”, dominato dal quartetto d’archi sopra citato che prosegue una cadenza di marcia dolce. Mentre in “Mare Crisium”, la musica sembra uscire da un carillon e le suggestioni del circo sono vive e folkloristiche.
“Garbo’s face” ci riporta calorosamente ai primi album dei Beirut, in particolare a “The Flying Club Cup” del 2007. Ci parla del tempo che passa, dei capelli che diventano grigi e l’atmosfera diventa corale e in qualche modo popolare Con “Mare Imbrium” siamo immersi in una messa laica, i synth iniziali si fondono alle corde degli archi molto calde e aperte, la sensazione che lascia è di purificazione.  In “Guericke's Unicorn”, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, Zach ripropone domande e affermazioni esistenziali, rassicurazioni che si ripercuotono anche nel ritmo incoraggiante e fresco del brano. Qui Condon usa un synth modulare per raccontare una storia bizzarra e che distanzia il brano dal resto dell’album. Come lui stesso racconta "L'unicorno di Guericke è una presunta ricostruzione di un unicorno fossile che in realtà è stato creato con le ossa di un gruppo di animali diversi, come il mammut lanoso e il narvalo. Vale la pena di cercare l'immagine.”  In “Mare Humorum”, fatta di soli vocalizzi, troviamo chitarre e archi che simulano una danza aerea.

Torna molto spesso, in questo album, un rimando simbolico verso l’alto, molto probabilmente suggerito dai movimenti dei circensi. Capiamo come questo sia un progetto più ampio e che va oltre il discorso musicale: qui i Beirut mettono insieme poesia, musica, letteratura e movimento.
Con “Sappho's Poems”, il brano più suggestivo di tutto l’album, la voce e la musica sembrano sospese su un filo, in aria, come un equilibrista che ha tra le mani sensazioni che si consumano, come cantato nel testo.
Un pianoforte nostalgico, quasi struggente, marcia con la fisarmonica e il lamento di Condon nel brano “Caspian Tiger”, dove arriva a parlare proprio della massima forma di scomparsa esistente, la morte.

La sensazione che però si vive con i Beirut è che la tristezza e l’introspezione che permea forte nei testi e nelle cantilene corali non è mai priva di illuminazioni e desiderio di nuove creazioni. Costumi, luci e acrobazie sono stati gli ingredienti che hanno nutrito questo album. A noi adesso, non resta che gustarci il risultato finale.

Tracklist

01. Disappearances and Losses (02:24)
02. Forest Encyclopedia (03:49)
03. Oceanus Procellarum (02:24)
04. Villa Sacchetti (03:26)
05. Mare Crisium (02:46)
06. Garbo's Face (03:10)
07. Mare Imbrium (02:11)
08. Tuanaki Atoll (03:22)
09. Mare Serinitatis (02:21)
10. Guericke's Unicorn (04:24)
11. Mare Humorum (02:38)
12. Sappho's Poems (02:30)
13. Ghost Train (03:41)
14. Caspian Tiger (03:58)
15. Mani's 7 Books (03:10)
16. Moon Voyager (03:47)
17. Mare Nectaris (03:42)
18. Mare Tranquillitatis (03:27)
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