«LOA PROJECT - Dj Cam» la recensione di Rockol

Dj Cam - LOA PROJECT - la recensione

Recensione del 27 ago 2000

La recensione

Lo scorso anno, con “The beat assassinated”, DJ Cam, ovvero uno dei DJ più affermati e rispettati d’oltralpe, negli anni passati allineatosi senza timori reverenziali a gente come DJ Shadow o a gruppi come Massive Attack (a cui più volte, per il suo stile lento e astratto, è stato accostato), sembrava aver perso il filo del discorso. Sì, perché DJ Cam, con “The beat assassinated”, tra diversioni in territori speed garage e una serie di collaborazioni più o meno prestigiose con rapper americani (in cima alla lista c’erano i Channel Live) sembrava aver perso di vista quegli elementi che lo hanno reso famoso e gli hanno dato credibilità in tutto il mondo: l’hip hop e il jazz. L’hip hop, e in particolare i ritmi, “grassi e larghi” come in pochi sanno fare (eh sì, l’arte dello studio di registrazione non è una cosa da tutti), se li era dimenticati in “The beat assassinated”. Qui invece DJ Cam risfodera tutta la sua sapienza in materia di ritmiche “phat” e incendia la maggior parte dei pezzi dell’album. In più, su fondamenta ritmiche massicce DJ Cam accosta via via suoni mai scontati, sempre gustosi, spesso pieni di groove, quasi sempre in debito con l’altro amore di questo DJ, nuovamente illuminato: il jazz. Basta ascoltare “Juliet” (il primo singolo), “Voodoo Jazz” o il bellissimo sax di “Waiting for Franck Black” (in duetto con uno scratch da manuale) per capire quanto DJ Cam pensi musica con in testa il vecchio, caro jazz. Se a tutto ciò ci si aggiunge anche una ritrovata capacità di creare giri funk irresistibili (vedi “DJ Cam soundsystem”) o inventare melodie “melodrammatiche” da trip hop classico (in “Ghetto love”, uno dei passaggi più riusciti) si può capire quanto l’artista francese si sia rimesso in carreggiata e abbia confezionato un disco da non perdere.
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