«LEON - Leon Bridges» la recensione di Rockol

Leon Bridges è un classico del passato, del presente e del futuro

Con "Leon" il musicista texano giunge a pubblicare il suo quarto album

Recensione del 09 ott 2024 a cura di Paolo Panzeri

Voto 7.5/10

La recensione

Non è un caso che il suo quarto album Leon Bridges l'abbia intitolato con il proprio nome, "Leon" è infatti l'album più personale e autobiografico del 35enne di Fort Worth, Texas. Un disco il cui progetto di realizzazione parte da lontano. Alcuni brani li compose sin dai tempi di “Gold-Diggers Sound”, il suo disco precedente pubblicato nel 2021, altri anche prima di allora. In un messaggio inviato ai fan per annunciare l'uscita del nuovo disco Bridges, tiene a sottolineare con la matita rossa quanto questo lavoro sia intimo e lo rappresenti nel profondo, ha tenuto a specificare che "'Leon' è in cantiere fin dalla mia infanzia." Forse è un'iperbole, ma rende bene l'idea di quanto il musicista texano abbia a cuore i 13 brani registrati sotto la regia del produttore Ian Fitchuk parecchi chilometri più a sud del suo stato natio, attraversato il Rio Grande, fino a El Desierto, studio alla periferia di Città del Messico.

E' musica soul, musica dell'anima

Per meglio esprimere il suo entusiasmo per il disco Leon si è spinto a dichiarare: "È musica soul nel vero senso della parola è intrisa della mia anima." Niente di più vero, la magnifica voce di Bridges in "Leon" pare proprio sgorgare dal fondo della sua anima e riuscirebbe a rivestire di bellezza anche la lettura di un comunicato dell'ufficio delle imposte. La sua vellutata ugola e le altrettanto vellutate percussioni che la avvolgono rendono il suadente singolo "Peaceful place" un brano senza tempo. In "When a man cries" - un titolo che si spiega da sé - è il pianoforte a tenere bordone al talento del cantante. Gli archi in "That’s what I love" e "Ghetto honeybee" accompagnano Leon Bridges ad inoltrarsi nei caldi territori un tempo dominati da Marvin Gaye, di certo con minore spudoratezza sensuale (sono anche altri tempi) ma identica profondità vocale. "Panther city" racconta di estate, adolescenza, primi amori e buoni consigli, a condurre la danza è una chitarra che porta Leon dentro il confine di un pop rock radiofonico di buona fattura. L'ispirazione del testo di "Simplify" pesca sempre dal ricordo e dal passato, dal desiderio di una vita più rilassata e semplice, forse quella che si è sempre sognata, che si lega alla preghiera di pace e bene innalzata in chiusura di tracklist, "God loves everyone" ('God loves the birds and the bees/God loves the stoners and freaks/And the girls on the street/Just the same as you and me').

Un classico del passato, del presente, del futuro

In un'altra dichiarazione Leon Bridges va direttamente al cuore dell'album: "Questo disco parla di giorni più semplici. Parla del tempo trascorso nella mia amata Fort Worth e delle esperienze che mi hanno reso l’uomo che sono oggi." Le canzoni di Leon Bridges hanno il merito di essere senza tempo, anche gli episodi meno riusciti, meno consistenti, di questo suo quarto disco possiedono una sorta di delicatezza che le trasportano al di fuori del tempo, come fossero dei classici. Come fossero delle cover di un qualche talento della musica black del passato. Sì, Leon Bridges è un classico.

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