«LOOM - Imagine Dragons» la recensione di Rockol

Il rock fluido degli Imagine Dragons funziona ancora?

Sempre stati bravi a intercettare lo zeitgeist, gli Imagine Dragons aggiornano il loro manifesto.

Recensione del 28 giu 2024 a cura di Mattia Marzi

Voto 6/10

La recensione

“Uh, turn around / turn it up / close it up”: sembra già di vederlo, il balletto su TikTok sulle note di “Wake up”. La canzone che apre “Loom”, il disco con il quale gli Imagine Dragons si ripresentano sulle scene a due a due anni dal dittico “Mercury” e dopo essersi presi una pausa, forse la più lunga da tanti anni a questa parte, sembra essere stata pensata proprio per diventare virale sull’app dei balletti. Non ci sarebbe nulla di male, se fosse davvero così: del resto, Dan Reynolds e soci sono sempre stati bravi a intercettare lo zeitgeist, lo spirito del tempo. Negli ultimi dieci anni hanno reinventato un genere, il rock, infilandoci dentro di tutto, dal pop all’elettronica, riempiendo stadi e arene. Consacrandosi come la più grande band del decennio, per numeri (su Spotify hanno dieci pezzi sopra il miliardo di ascolti a livello mondiale: nell’ordine, “Believer”, “Thunder”, “Demons”, “Radioactive”, “Enemy”, “Whatever it takes”, “Bones”, “Natural” e “Sucker for pain”).

“Loom” è il manifesto sonoro aggiornato del gruppo losangelino, rimasto orfano, in questi due anni, del batterista Daniel Platzman, che ha deciso di prendersi una pausa dal gruppo. Poco cambia, in realtà. Tra pop, arena rock, elettronica, gli Imagine Dragons attingono sempre dalla stessa tavolozza di colori. Anche a questo giro Dan Reynolds, Wayne Sermon e Ben McKee hanno lavorato con il duo svedese Mattman & Robin, ovvero Mattias Per Larsson e Robin Lennart Fredriksson, già dietro hit come “Believer”, “Walking the wire”, “Natural”. Il suono delle dieci tracce contenute in “Loom” è sempre esplosivo, declinato in varie sfumature: dall’hip hop di “Wake up” e “Take me to the Beach” al funk pop con echi Anni ’80 di “Nice to meet you”, passando per la ballatona “Don’t Forget me”, che sembra una nuova “Next to me”.

La loro inclinazione a superare gli steccati tra i generi viene ribadita in mezz’ora di musica in cui risulta difficile percepire dei confini stilistici. Pazienza se in un paio di occasioni si divertono a sfiorare i limiti del kitsch, quasi a voler sfidare i puristi del rock e prendersi gioco di questi ultimi, come sul reggae di “Gods don’t pray”, sull’urban in salsa latina di “Eyes closed” (con J Balvin, 39enne re della musica colombiana) o sul synth pop stile Coldplay di “Ghost stories” di “Fire in these hills”: camaleontici come sono (e suonano), sanno creare musica per tutte le occasioni. Le critiche, del resto, se le fanno scivolare addosso: “Dicono che siamo una rock band, ma cos’è oggi una rock band? I generi non esistono più: rock, pop, urban, vogliamo solo creare la musica che ci piace”. Più chiaro di così…

Tracklist

01. Wake Up
02. Nice To Meet You
03. Eyes Closed
04. Take Me To The Beach
05. In Your Corner
06. God’s Don’t Pray
07. Don’t Forget Me
08. Kid
09. Fire In These Hills
10. Eyes Closed (feat. J Balvin)
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