«A LA SALA - Khruangbin» la recensione di Rockol

Con “A La Sala” i Khruangbin tornano a casa

Classico album strumentale del trio psych con qualche timido e brillante elemento di innovazione.

Recensione del 16 apr 2024 a cura di Michele Boroni

Voto 7/10

La recensione

Il trio texano dei Khruangbin torna alla classica formula prevalentemente strumentale di “Mordechai” il loro album del 2020. Le ultime due uscite della band, Texas Sun (2020) e Ali (2022) sono state collaborazioni rispettivamente con Leon Bridges e Vieux Farka Touré in cui hanno aggiunto i testi alla propria musica evolvendo il loro suono espandendo la loro arte musicale.

Un album diviso in due 

Con questo “A la Sala” tornano a un approccio più basic e un ritorno alle origini. 
La batteria di Donald “DJ” Johnson jr. funge da spina dorsale, mantenendo la linea per il resto della band con percussioni snelle e precise, mentre il basso di  Laura Lee Ochoa infonde alle canzoni tutta la forza vitale trainante. Al chitarrista Mark “Marko” Speer spetta invece il ruolo di voce solista. 
La prima parte del disco va avanti su questi binari sicuri: un suono essenziale, quasi lo-fi. Ad esempio l'iniziale "Fifteen Fifty-Three" è una traccia riflessiva e a combustione lenta che si sviluppa consentendo ai tre strumenti di stabilizzarsi verso un suono sempre più caldo e invitante. La prima parte del disco forse soffre di una certa ripetizione nello stile musicale, nei tempi e nel tono, in una sorta di esercizio di minimalismo creativo che frena anche anche la psichedelia tipica delle loro canzoni. 
La seconda parte invece aggiunge una serie di elementi nuovi e interessanti per il trio texano. In “Pon pon” ci portano sulla pista da ballo grazie ai ritmi importati dall'Africa Occidentale. "Todavía Viva" e "Hold Me Up (Thank You)" sono una jam funk  a cui viene data una dimensione aggiuntiva con un morbido synth pad e, su questo, anche un dolce gancio vocale. “Three from two” sembra invece più lounge da crociera. Forse la traccia più interessante si trova al termine dell'album: “Les Petit Gris” ha degli accordi di pianoforte minimale che ricordano Erik Satie e che evocano un misterioso stato di malinconia. 

In definitiva, “A la Sala” (espressione che era solita usare  la bassista Laura Lee Ochoa  per riunire la sua famiglia nel soggiorno) è in buona parte un ritorno a luoghi familiari e vicino a dove avevano iniziato, con qualche variazione sul tema – che alla fine risultano le parti più interessanti. 
Produttivamente la band si è accompagnata da un solo tecnico, Steven Christenses, e l'album è stato praticamente realizzato dal vivo con minimi interventi di sovraincisione. 

Tracklist

01. Fifteen Fifty-Three (04:07)
02. May Ninth (03:12)
03. Ada Jean (03:19)
04. Farolim de Felgueiras (02:00)
05. Pon Pón (02:58)
06. Todavía Viva (04:23)
07. Juegos y Nubes (02:04)
08. Hold Me Up (Thank You) (03:49)
09. Caja de la Sala (01:49)
10. Three From Two (03:34)
11. A Love International (04:15)
12. Les Petits Gris (04:01)
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