«HADSEL - Beirut» la recensione di Rockol

"Hadsel": la bellezza discografica dei Beirut

Una natura salvifica lungo 12 brani di consapevolezza e rinascita artistica

Recensione del 07 mar 2024 a cura di Arianna Raffaelli

Voto 8/10

La recensione

Il calore dei Beirut arriva anche quando la loro musica prende forma dal freddo del nord europeo. Hadsel è il sesto album in studio per i Beirut - progetto del polistrumentista Zach Condon - e nasce durante un viaggio del musicista nella piccola isola norvegese Hadsel, nel bel mezzo del circolo polare artico. Durante un momento di grande sofferenza, a causa di gravi problemi alla gola che nel 2019 interrompono il tour dell’album Gallipoli, Condon decide di rifugiarsi nella purezza che solo un inverno del nord può offrirti. 

Per nostra fortuna, vive ancora in lui la speranza di fare musica, nonostante lo stato di malessere fisico e mentale: viaggia infatti munito di quello che lui definisce “il suo studio portatile”, fatto di una tastiera midi, microfoni, un paio di synth modulari, una macchina a nastro portatile e la sua immancabile tromba. 

A Hadsel, come succede nelle fiabe, la storia si arricchisce di personaggi curiosi e oggetti antichi, qui infatti Condon incontra Oddvar, un collezionista e appassionato di musica che gli apre le porte della chiesa del 1800 del paese che racchiude un antico organo a pompa, strumento con il quale il musicista si approccia per la prima volta nella vita. Proprio da questa coincidenza nasce il nuovo album, la cui scintilla si accende dal suono di quell’organo, protagonista sin dalla prima traccia che dà nome al disco. Lo slancio di sacralità dato dallo strumento e dal luogo che lo ispirano è forte, curioso il risultato di moltitudine che apporta la polifonia dell’organo alla composizione, particolarmente solitaria, di Condon. Anche in questo disco si gioca, come in passato, sulla stratificazione della sua voce baritonale e degli strumenti; il suono si aggiorna con tocchi di sintetizzatori e drum machine, ma non perde il suo stampo. 

Da subito l’ascoltatore è invitato ad immergersi nella natura austera e ventosa del nord, ma a rincuorarlo entrano presto gli ottoni, familiari e amati da chiunque abbia ascoltato anche una sola volta i Beirut.

C’è il folk barocco in “So many plans” in cui ritroviamo l’ukulele e dove Condon con grande dolcezza racconta sensazioni pandemiche. Nella strumentale “Melbu” troviamo una tessitura di accordi malinconici, ma che nell’impasto creano come una dimessa speranza, come succede nelle migliori tradizioni religiose.

Lo spazio che corre tra i suoni di drum machine, del corno francese, degli shaker, del legno dell’ukulele e dei sintetizzatori modulari è occupato dalla voce di Zach, che raddoppia, triplica in una moltitudine di voci che diventano veri e propri cori umani.

Mentre nelle successive “Stokmarknes” e “Island Life” il gioco di percussioni, ottoni e synth è bizzarro ed evocativo di elementi naturalistici norvegesi, come lo sciogliersi del ghiaccio riportato dalle percussioni. Tutto è in bilico tra paura e rassicurazione, orchestrato magicamente dalla voce penetrante del cantante.

Gli ultimi 5 brani del disco abbandonano la morbidezza e la potenza timbrica degli ottoni, dando spazio ad una molteplicità di sintetizzatori. Ritmo tribale in “January 18th”, synth vorticosi in “Spillhaugen”, fino al mantra presente in “The Term” dove il cantante, ricorda e si ricorda con languida dolcezza che “ Non è troppo tardi per trovare chi sei” , combinando il suono religioso dell’organo ai ritmi elettronici di un moog voyage molto “laico”.

L’album si chiude con il brano “Regulatory” dove con i suoi fiati potenti e una voce più serena il cantante dei Beirut in una manciata di minuti ci fa vedere tutti insieme gli scenari che lo hanno sollevato durante la creazione del disco: le montagne innevate, l’aurora boreale, il legno della chiesa circondata dai venti, la Grande Bellezza che può salvare dalle disperazioni e dalle bruttezze che spesso ci attaccano e che alcune musiche, questa di sicuro, possono scollarci di dosso.

Un grande merito della musica dei Beirut è quella sensazione di purificazione, di catarsi che ti lascia addosso. Al concerto, tenutosi a Berlino lo scorso 17 febbraio all’interno del suggestivo Tempodrom, sembrava che gli spettaori, brano dopo brano, si stessero sollevando un po’ da terra: k’intensità della musica dei Beirut è l’intensità emotiva del suo cantante e l’urgenza espressiva che arriva diretta nel petto a chiunque gli stia di fronte.

Tracklist

01. Hadsel (04:54)
02. Arctic Forest (03:55)
03. Baion (04:06)
04. So Many Plans (03:47)
05. Melbu (02:20)
06. Stokmarknes (04:10)
07. Island Life (04:08)
08. Spillhaugen (03:41)
09. January 18th (03:41)
10. Süddeutsches Ton-Bild-Studio (05:22)
11. The Tern (04:14)
12. Regulatory (03:18)
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