«TANGK - Idles» la recensione di Rockol

Il disco d’amore degli Idles

Il quinto album della band di Bristol è il più profondo e intenso.

Recensione del 19 feb 2024 a cura di Claudio Cabona / Gianni Sibilla

Voto 8/10

La recensione

Se i primi Idles schernivano la classe politica e rivendicavano diritti sociali attraverso le proprie canzoni massicce e corrosive, quelli di oggi esorcizzano i traumi personali affrontando temi come l’amore, la gioia e la gratitudine “in modo politico”, così ci ha raccontato Mark Bowen (leggi qui l'intervista), chitarrista, produttore e fondatore del gruppo post punk di Bristol insieme al cantante e autore Joe Talbot. Il loro quinto album, “Tangk”, co-prodotto insieme a Nigel Godrich (Radiohead, The Smile, Beck) e Kenny Beats (Denzel Curry, Vince Staples, Benee) è uno dei progetti più sorprendenti della band. Un disco più melodico ed elettronico, composto da canzoni d’amore viscerali e storte, come il ballo di un ubriaco. Si balla e ci si muove a denti stretti, provando a scacciare via i fantasmi e convivendo con il dolore.

L'evoluzione della band

Nessun re o regina, nessun Dio, solo l’amore e la gratitudine possono squarciare il buio. Al centro ci sono ferite personali e paure, separazioni, dipendenze che costringono a un’analisi interiore. Ci sono pezzi cantautorali e abbaglianti come "Roy", viscerali come “A Gospel”, in cui la voce di Joe si fonde con il suono del piano, altri che non tradiscono il loro amore per un sound più hip hop, "Pop Pop Pop", e altri ancora in cui gli Idles di sempre si mostrano in una purezza massiccia, “Hall & Oates” e “Jungle”. Senza dimenticare “Grace”, uno dei singoli di lancio, che svetta sulla tracklist e rappresenta in pieno una delle fasi del nuovo corso del gruppo. Anche la stessa “Dancer”, altra traccia di presentazione del progetto, è un manifesto degli Idles di oggi in cui il modo di cantare e di suonare non può più essere incasellato banalmente nella “scena post punk britannica”.

Quello che sorprende di “Tangk” sono la scrittura e l’equilibrio sonoro, mai così lucido. Questa “svolta” ha radici in “Crawler”, il disco precedente uscito nel 2021: la bellissima “The Beachland Ballroom” fu un prodromo di quello che sarebbero stati gli Idles. Spesso, negli ultimi tempi quando abbiamo sentito parlare di “ritorno del rock” o del “rock che non è morto”, gli Idles sono stati presi a esempio, insieme a band come i Fontaines D.C., di un fuoco rinato. Sono amati sia da chi ama il rock e il punk più classici, sia da chi è attento alle evoluzioni di questo mondo. “Tangk” è il punto di arrivo (e probabilmente di ripartenza) di un percorso evolutivo che abbraccia il rock, non tradisce una certa potenza strumentale, ma che al tempo stesso è tanto altro. Le loro performance intense e devastanti sono la fotografia e il denotare del loro modo di fare musica.

Mai rassicuranti

Ma c’è un altro aspetto che rende questo disco davvero rock, e in generale gli Idles: è il loro essere poco rassicuranti, al contrario di una buona parte del rock classico degli ultimi tempi che invece lo è diventato. Anche nei momenti più tranquilli, anche quando continuano a ripetere “Love is the thing” (anzi “Love is the fing”) in “Grace” e in altri passaggi del disco, continuano a costruire un’atmosfera sempre tesa, tutt’altro che consolatoria.

Più passa il tempo e più sembra che il loro modo di concepire la musica in modo “fisico” ed elettrico ricordi Nick Cave e i Bad Seeds, non gli ultimi (eterei, dopo la tragedia che ha colpito il cantautore australiano), ma quelli fino a “Push the sky away”, che durante i concerti, anche nei momenti più melodici, appaiono minacciosi. “Tangk” è un titolo onomatopeico che sembra indicare un colpo, una collisione, un “rimbalzo”, che è esattamente il sound espresso dal disco. Un disco che rappresenta un apice compositivo e di scrittura, una vetta frutto di sudore e lacrime da far scorrere in un pogo, in un ballo d’amore abbracciati o in una danza malinconica e solitaria. Gli Idles sono diventati tutto questo e, non a caso, sono una delle più grandi band di questi tempi. 

Tracklist

01. IDEA 01 (03:38)
02. Gift Horse (04:09)
03. POP POP POP (04:16)
04. Roy (04:09)
05. A Gospel (03:45)
06. Dancer (03:09)
07. Grace (03:53)
08. Hall & Oates (02:23)
09. Jungle (04:11)
10. Gratitude (03:41)
11. Monolith (02:52)
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