«GET ME SOME - Jeff Healey» la recensione di Rockol

Jeff Healey - GET ME SOME - la recensione

Recensione del 25 lug 2000

La recensione

Ci fu un momento, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, in cui il chitarrista cieco Jeff Healey aveva fatto sognare gli appassionati di blues una rinascita della cara, vecchia musica del diavolo. Non era aspro e intossicante come il blues di Steve Ray Vaughan, il suo, e nemmeno aereo e flessibile, di belle maniere, come quello di Robert Cray. Aveva poco a che vedere anche con altri idoli incontrastati del genere, da Clapton al compianto Hendrix. Piuttosto il blues di Jeff Healey sembrava provenire dallo stesso luogo dell’anima in cui era nata buona parte della musica dei Creedence Clearwater Revival e degli Allmann Brothers band, quest’ultima forse la più grande formazione di southern blues che l’America possa vantare. Torrido eppure pulito, saturato ma sempre impeccabile nelle sue sfuriate di chitarra, Healey e il suo terzetto hanno rappresentato per il lasso dei primi due album un nuovo modo di riavvicinarsi al blues, prima che una serie di prove alquanto incolori provvedessero a scalzarli dal piedistallo su cui si erano insediati, critica e pubblico piacendo. Adesso la carriera dell’ex-fenomeno cieco della chitarra va avanti senza eccessivi picchi emozionali – nel bene e nel male – come dimostrano il lungo periodo di silenzio discografico e l’assenza di una major a sovrintendere a questo progetto, e appare sempre più incentrata sulla risoluzione di un gap che continua ad affiorare dai dischi di Healey successivi ai primi due già citati. E cioè: se quando suona il blues Healey ha pochi rivali, si pone il problema di capire come va presa la sua musica quando il biondo chitarrista statunitense cerca di espandere la propria vicenda musicale portandola su altri territori, maggiormente influenzati da un certo fm rock di marca a tratti quasi bonjoviana. Di certo, il tentativo di scrivere ballad ‘ortodosse’, di tanto in tanto, ha visto il nostro mettere in campo materiale di minore credibilità, e lo stesso succede con alcune aperture che questo album schiera tra un blues veloce e incisivo e un simil-standard più lento, aperture che rimandano ad un mondo che solo tangenzialmente sembra appartenergli. In questo album ci sono diversi esempi di questo altro stile, che vanno da “Hey hey” a “Love is the answer” fino a “I tried”, e che spezzano la tensione che un album di blues più ortodosso dovrebbe e potrebbe avere. Il richiamo alla Route 66 piazzato in copertina lascia intuire un album ‘on the road’, e di fatto è così che lo si può considerare, nonostante i cali di tensione avvertiti e ricordati prima. Di fatto “Get me some” può essere considerato un buon album, onesto abbastanza da esser capace di far riscoprire la classe e la furia di un chitarrista che forse troppo presto era stato dato per disperso. Se si evitassero le citazioni FM rock sarebbe sicuramente meglio, visto che Healey è il primo a non averne bisogno, però si sa, spesso non basta il blues per vivere con tranquillità. E una chance al mercato di sorprenderci – vedi il caso Santana – bisogna sempre ricordarsi di darla.
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