«SELVA - Marta Del Grandi» la recensione di Rockol

L'affascinante selva sonora di Marta Del Grandi

Secondo disco della cantautrice lombarda registrato in Belgio, tra ambient, folk ed elettronica.

Recensione del 02 nov 2023 a cura di Michele Boroni

Voto 8/10

La recensione

Ormai la lista delle giovani e talentuose donne che lasciano l'Italia per trovare un territorio più ricettivo alla loro arte si fa sempre più lunga. Birthh, Caterina Barbieri, Marta Salogni e, appunto Marta Del Grandi, sono solo i primi nomi che ci vengono in mente. 
Non è una buona notizia , ma la cosa positiva è che i loro lavori e la loro capacità, in un modo o nell'altro emerga e arrivi fino a noi per poter raccontare, commentare ed eventualmente consigliare le loro cose. 
E' il caso del secondo disco di Marta Del Grandi, cantautrice lombarda ma fondamentalmente viaggiatrice e cittadina del mondo avendo soggiornato in Cina, India, Nepal e, più recentemente, in Belgio dove è stato registrato questo suo “Selva” per l'etichetta britannica Fire Records e prodotto insieme a Bert Vliegen (membro sia dei Sophia che dei Whispering Sons). 

Una voce rilevante

Il precedente disco d'esordio “Until We Fossilize” nato durante il lockdown aveva un'atmosfera più cinematografica, tanto che in molti scomodarono paragoni con Badalamenti e Morricone. 
Con questo “Selva” Marta Del Grandi rientra in una dimensione più cantautorale, tra folk ed elettronica, pop barocco e ambient, con un approccio molto personale e maturo e una capacità di scrittura davvero pregevole. 
Marta Del Grandi ha una formazione accademica, prevalentemente jazz, che riesce a mescolare bene con gli ingredienti di cui sopra per realizzare un disco mutevole che sulle prime può sembrare minimale, ma che in realtà è piena di elementi e suggestioni, sapori e colori stratificati proprio come la “Selva”, più o meno oscura, evocata nel titolo del disco. Prima di tutto c'è un gran lavoro sulla voce che racconta le storie delle canzoni, ma che diventa anche un fondamentale elemento armonico e percussivo, sia quando cambia improvvisamente registro come in “Two Halves” o in testa dell'unico episodio cantato in italiano e che dà il titolo al disco con un approccio quasi ASMR. 

Le canzoni 

Il disco è ricco di canzoni di un pop etereo e coraggioso, pieno di melodie folk gentili, un bel mix tra archi e tappeti di synth, sax messi al posto giusto e un gran lavoro di ritmica tra il tribale e la prima new wave. 
“Mata Hari” è puro pop barocco mentre “Snapdragon” sembra una Julia Holter con la voce ritmica che supporta  il beat, “Two Halves” e “Stay” sono puro folk contemporaneo che ricordano Mitski e Weyes Blood,  “Chamaleon Eyes” ha un ritornello aperto e gioioso. Ma tutte le 13 canzoni hanno un tratto distintivo. 
Anche i testi meritano una citazione. Parlano sia di relazioni finite (“Io sono una stagione passeggera e tu una quercia con radici robuste, forti e profonde, quindi portami per un ultimo ballo in un posto dove brilleremo, sarò il tuo tutto per un’ultima volta, prima di andarmene” in “Chamaleon Eyes”) sia di scenari da “fine del mondo” (“Nuotando, anelando a una riva luminosa e soffice, calda e rilassante, da raggiungere per riposare le mie membra” in “End of the world pt.2”) e di bellezza che "sta nello spazio tra la fiducia e la paura”, in "Eyes of the day"
Un disco dove fa piacere stare.

Tracklist

01. Mata Hari (03:47)
02. Eye of the Day (03:11)
03. Chameleon Eyes (03:28)
04. Snapdragon (03:12)
05. Marble Season (04:28)
06. End of the World Pt. 1 (03:18)
07. Two Halves (03:48)
08. Polar Bear Village (02:01)
09. Good Story (04:05)
10. Selva (03:50)
11. Stay (03:30)
12. End of the World Pt. 2 (02:37)

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