«EARLY DAYS - Beth Hirsch» la recensione di Rockol

Beth Hirsch - EARLY DAYS - la recensione

Recensione del 21 lug 2000

La recensione

Lo aveva già dimostrato nella bellissima “All I need”, scritta in collaborazione con gli Air ai tempi di “Moon safari” quanto con la sua voce potesse andare a pescare note tra le più “impervie” all’interno del pentagramma. Lo ribadisce oggi con questo album d’esordio da solista, scovato dall’underground e messo curiosamente sul mercato internazionale da una etichetta di musica elettronica come la Studio K7, lontana anni luce dalla musica di Beth Hirsch. Già, perché Beth Hirsch, con dalla sua una produzione sonora essenziale, che tende a far “luccicare” i pochissimi suoni che impreziosiscono le sue ballate (una chitarra acustica, qua e là arrangiamenti per archi, in “Somebody dandy” un arpeggio di basso elettrico, in pochi brani il supporto ritmico di una batteria o di percussioni appena accennate), riesce a “muovere” i pezzi, a renderli sempre eccitanti proprio grazie alla infinita gamma di invenzioni vocali che via via ci regala nei brani, tanto da farcela paragonare più che a Joni Mitchell (che lei stessa spesso cita e che è il riferimento più chiaro) o alle nuove folk singer imparentate con la scena elettronica (Beth Orton, Dot Allison), a un mostro sacro dell’ugola come Jeff Buckley. Sì, proprio così. La sua voce altalenante, che ci dà sempre l’impressione di voler andare a parare verso una direzione e poi ci spiazza con inflessioni vocali inaspettate, ricorda proprio lo stile fantasioso di Jeff Buckley. Il segreto per cogliere la bellezza delle 9 canzoni di nu folk pensate da Beth Hirsch sta tutto qui: nel farsi accompagnare da questa voce, sempre in bilico tra folk e jazz, sempre pronta a spiazzarci con cambi repentini e, soprattutto, sempre pronta a parlare il linguaggio delicato dell’anima e dei suoi moti ondosi.
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